IL SEGRETO DI PERUGIA
News Story

IL SEGRETO DI PERUGIA

23 visualizzazioni

Impugnai la pistola con entrambe le mani. Il metallo freddo della canna tremava leggermente sotto la pressione delle mie dita, ma la mia determinazione era d'acciaio.

"Fermati, Marta!" gridai con una voce che non riconobbi come mia. Una voce cavernosa, priva di esitazioni.

Mia sorella si immobilizzò a terra sotto il peso di Stefano, che le teneva i polsi bloccati sul pavimento. Guardò l'arma puntata verso di lei, poi guardò me, e per la prima volta quella notte scorsi un lampo di autentico terrore nei suoi occhi.

"Teresa... ti prego," balbettò Marta, cambiando instantaneamente tono e rivestendo i panni della sorella fragile e indifesa. "Sono tua sorella! Ti ho aiutato quando tuo marito è morto! Ho badato a te!"

"Hai ucciso Elena!" urlai, mentre le lacrime di un dolore vecchio di otto anni mi sfiguravano il volto. "Hai distrutto la vita di mia figlia Sara! Hai lasciato che questa bambina crescesse nascosta come un animale in Germania! Come hai potuto?"

"Ero disperata, Teresa!" piagnucolò Marta. "Non volevo che Elena morisse! È stato un incidente! La Moretti mi aveva promesso che l'avrebbero solo spaventata!"

"Bugiarda!" intervenne Sara, facendosi avanti con Sofia stretta tra le braccia. "Poco fa hai detto che la sei stata tu a spingerla!"

Stefano si alzò con cautela da terra, sfilando dalla tasca un paio di fascette da cantiere che aveva portato con sé e legando saldamente i polsi e le caviglie di Marta. Mia sorella non opposte resistenza, continuando a piangere e a supplicare la mia clemenza sul pavimento sporco della stazione.

"Prendi la busta, Stefano," le dissi senza distogliere lo sguardo da Marta.

Stefano allungò la mano nella cassetta 412 e recuperò la custodia di plastica gialla. Dentro c'erano due chiavette USB sigillate in buste antistatiche, una serie di registrazioni audio su nastro e un quaderno a copertina rigida nera con la scrittura chiara ed elegante di mia sorella Elena.

Il piccolo dispositivo che emetteva il beep non era una bomba, ma un vecchio trasmettitore GPS che il maresciallo De Santis aveva posizionato nella cassetta anni prima per tracciare chiunque tentasse di aprirla senza autorizzazione.

"È tutto qui," disse Stefano sfogliando rapidamente il diario di Elena. "Ci sono le firme della Moretti, le transazioni dei conti svizzeri di Marta e le perizie del genio civile. Con questo materiale, l'intero sistema politico della regione crollerà entro domattina."

Ma prima che potessimo tirare un sospiro di sollievo, dai megafoni della stazione rimbombò la voce di un annuncio automatico, subito interrotto dal suono di sirene della polizia che circondavano l'esterno dell'edificio di Fontivegge.

"Attenzione," la voce amplificata del Procuratore Moretti risuonò dal piazzale esterno attraverso gli altoparlanti di emergenza. "Teresa, Stefano... siete circondati. L'intera area della stazione è isolata. Consegnate i documenti e la latitante Sara e vi garantisco la incolumità personale. Se opporrete resistenza, i miei uomini hanno l'ordine di sparare a vista."

La Moretti aveva usato la sua autorità per mobilitare le pattuglie della polizia locale e dei carabinieri, spacciando la nostra fuga per un sequestro di persona con ostaggio.

"Siamo in trappola," disse Sara guardando verso le vetrate dell'ingresso principale dove si scorgevano i lampeggianti blu che illuminavano la notte.

"Non ancora," disse Stefano guardando verso il sottopassaggio dei binari merci. "C'è un vecchio tunnel di ispezione delle ferrovie che porta direttamente allo scalo smistamento di Ponte San Giovanni. Possiamo seguire i binari a piedi e uscire dalla città."

"E mia sorella?" chiesi indicando Marta legata a terra.

"Rimarrà qui per la polizia," disse Stefano implacabile. "Quando arriveranno i carabinieri veri e vedranno le registrazioni che le lasceremo accanto, la Moretti non potrà più coprirla."

Lasciammo la pistola di Marta e una delle chiavette USB sul pavimento accanto a mia sorella, che continuava a urlare il mio nome disperata. Ci lanciammo lungo il tunnel dei binari merci nel buio più totale, guidati solo dalla luce fioca del cellulare di Stefano.

La fuga non era ancora finita, ma per la prima volta dopo otto anni, la verità era finalmente dalla nostra parte.