IL SEGRETO DI PERUGIA
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IL SEGRETO DI PERUGIA

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Il viaggio da Ponte San Giovanni verso Todi fu una corsa contro il tempo e contro il destino. Stefano guidava la vecchia camionetta di Marco sfrecciando lungo la superstrada E45, mentre le prime luci di un'alba grigia e piovosa illuminavano la valle del Tevere.

Seduta sul sedile del passeggero, tenevo tra le mani il taccuino di De Santis e il diario di mia sorella Elena. Il cuore mi batteva con la violenza di un tamburo di guerra. La casa di campagna di Elena, isolata tra le colline di Todi, era il luogo dove otto anni prima la nostra famiglia era stata spezzata per sempre. Tornarvi era come riaprire una ferita che non si era mai rimarginata.

"Mamma, sei sicura di voler venire fin dentro la casa?" mi chiese Sara dal sedile posteriore, tenendo Sofia stretta al petto. "Possiamo aspettare i carabinieri a fondovalle."

"No," risposi senza esitare. "Marta è mia sorella. Elena era mia sorella. Non posso permettere che la Moretti distrugga ciò che resta della mia famiglia. Questa storia finisce dove è iniziata."

Stefano guardò nello specchietto retrovisore con determinazione. "La Moretti è disperata. Un animale ferito in un angolo è estremamente pericoloso, Teresa. Non si fiderà di nessuno e non ha più nulla da perdere."

Uscimmo allo svincolo di Todi San Damiano e imboccammo una strada sterrata che si arrampicava tra gli uliveti della collina. La nebbia risaliva dai fossi, rendendo il paesaggio spettrale e ovattato.

A trecento metri dalla casa di Elena, Stefano spense i fari e accostò il veicolo tra gli alberi. La vecchia casolare in pietra a vista si ergeva sulla cima del colle, circondato da un giardino trascurato e invasato dalle erbacce. Parcheggiata davanti al portone d'ingresso c'era la potente berlina nera del procuratore Moretti.

"Io vado avanti da solo," disse Stefano slacciandosi la cintura. "Voi rimanete qui con la bambina."

"Vengo con te," dissi ferma, afferrando una torcia pesante dalla tasca della portiera. "Conosco i passaggi segreti della cantina meglio di chiunque altro."

Stefano mi guardò per un secondo, poi annuì. Sara ci guardò con gli occhi lucidi di terrore. "Vi prego... fate attenzione."

Scivolammo fuori dalla camionetta, muovendoci tra gli ulivi con la massima cautela per non fare rumore sul fango bagnato. Raggiungemmo la parete posteriore del casolare. La finestra della cantina era socchiusa, esattamente come l'aveva lasciata Elena anni prima. Stefano la sforzò delicatamente ed entrammo nell'oscurità del seminterrato.

L'odore di legno vecchio, terra e vino muffito mi invase le narici. Salimmo a tentoni la scala in muratura che portava al piano terra. Sotto la porta della cucina filtrava una luce fioca e si udivano voci concitate.

"Dove sono gli altri documenti?" sibilò la voce spietata di Valeria Moretti. "Dove ha nascosto Elena i bilanci originali del duemilaquattordici?"

"Non lo so! Te lo giuro, non lo so!" la voce di mia sorella Marta era rotta dal pianto e dal terrore. "Elena non mi ha mai detto dove tenesse le copie fisiche! Ti ho dato tutto quello che avevo!"

"Sei inutile, Marta," disse la Moretti con disprezzo. "Mi hai fatto perdere otto anni inseguendo fantasmi. E adesso i carabinieri stanno perquisendo la mia abitazione a Perugia. Se devo cadere, non cadrò da sola."

Dalla fessura della porta vidi la scena: Marta era legata a una sedia al centro della cucina, con il viso gonfio di mazzate e i vestiti stracciati. Il procuratore Moretti teneva in mano una tanica di benzina, spargendo il liquido infiammabile sui mobili in legno, sulle tende e sul pavimento di terracotta.

"Vuoi bruciare la casa?" urlò Marta terrorizzata.

"Voglio cancellare ogni traccia," rispose la Moretti estraendo dalla tasca un accendino in metallo lucido. "Tra dieci minuti questa casa sarà solo un cumulo di cenere, e con essa le uniche prove fisiche che potrebbero reggere in un tribunale."

La Moretti non sapeva che Stefano aveva già inviato le scansioni digitali ai media nazionali. Ma se avesse appiccato il fuoco ora, Marta sarebbe morta bruciata viva all'interno della casa.

Non potevo permetterlo. Nonostante tutto il male che Marta ci aveva fatto, era mia sorella.

Guardai Stefano. Lui mi fece un cenno con la testa, afferrando un pesante alare in ferro battuto dal camino della cantina.

Spinsi la porta della cucina ed entrai a testa alta, con la torcia puntata direttamente negli occhi del procuratore capo.

"Fermati, Valeria!" gridai. "La festa è finita!"