IL SEGRETO DI PERUGIA
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IL SEGRETO DI PERUGIA

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Il mondo mi crollò addosso per la seconda volta in quella maledetta notte di novembre. Rimasi impietrita a fissare mia sorella Marta. La donna con cui avevo condiviso le domeniche in famiglia, le lacrime per la scomparsa di Elena e i ricordi d'infanzia, si ergeva davanti a me come un carnefice spietato.

"Marta..." mormorai, la voce che mi moriva in gola. "Che cosa... che cosa stai facendo qui?"

Marta non abbassò l'arma. La sua mano era ferma, lo sguardo privo di qualsiasi affetto o pietà. "Povera Teresa. Sempre così ingenua. Hai davvero creduto che tutta questa storia riguardasse soltanto un procuratore corrotto e un paio di costruttori di provincia?"

"Zia Marta?" intervenne Sara con la voce rotta dall'incredulità. "Eri tu... eri tu che passavi le informazioni sulla nostra posizione a Monaco?"

"Ovviamente," disse Marta con una risata amara. "Come credi che Valeria Moretti sapesse esattamente quale treno avevi preso da Monaco tre giorni fa? Tuo padre mi ha lasciato una miseria quando è morto, lasciando la tipografia a tuo marito e i soldi migliori a te e a Elena. Io ho dovuto costruirmi una vita da sola!"

"Hai venduto tua sorella Elena per i soldi?" urlai, sentendo una rabbia cieca salire dal profondo del mio stomaco.

"Elena aveva scoperto cose più grandi di lei!" sibilò Marta, facendosi più vicina. "I costruttori non volevano ucciderla, volevano solo comprarla! Sono stata io a dirle di incontrare Stefano quella notte nell'usato di Todi! Ma quella stupida di Elena si è rifiutata di accettare l'accordo. Voleva andare dai carabinieri! Voleva rovinare tutto!"

"Sei stata tu..." intervenne Stefano con una voce che sembrava un ruggito trattenuto a stento. "Sei stata tu a spingere Elena giù dalla scarpata quella notte. E poi hai lasciato che la colpa ricadesse su di me!"

"Stefano, caro," disse Marta con sarcasmo. "Eri il capro espiatorio perfetto. Il ragazzo povero con i precedenti per rissa che frequentava l'archivista. Chi avrebbe creduto alla tua innocenza contro la parola del procuratore capo e della sorella della vittima?"

La verità, spoglia e mostruosa, era infine venuta a galla. Non c'era nessun complotto esterno che non fosse nato nel cuore stesso della mia famiglia. Marta era stata la zeppa che aveva distrutto le nostre vite otto anni prima.

"E la foto?" chiesi, cercando di capire l'ultimo pezzo dell'enigma. "La foto di Sofia nella mia cassetta della posta... l'hai messa tu?"

"Quello è stato il mio unico errore calcolato," disse Marta scuotendo il capo. "Sapevo che De Santis vi stava addosso e che Stefano stava per tornare. Avevo bisogno che tu spingessi Sara a venire a Perugia con il diario. Senza quel diario, la Moretti mi ricattava pretendendo la mia quota delle società off-shore. Avevo bisogno che voi puliste la spazzatura per me."

Sofia si strinse forte al collo di Stefano. Mia nipote guardava quella prozia sconosciuta con un'espressione di puro terrore.

"Adesso, Stefano," continuò Marta facendo un passo avanti e indicando la cassa depositi numero 412. "Prendi la busta e me la consegni lentamente. Un solo movimento strano e sparo a tua figlia."

Stefano non si mosse. I suoi occhi azzurri fissavano Marta con un'intensità spaventosa.

"Non lo farai, Marta," disse Stefano con voce stranamente calma.

"Mettimi alla prova," ringhiò mia sorella, facendo un passo ancora più vicino e prendendo la mira verso il petto di Sofia.

In quel preciso istante, la busta di plastica gialla all'interno della cassa depositi cominciò a emettere un beep sonoro ritmico e continuo.

Beep... Beep... Beep...

Marta trasalì, distogliendo lo sguardo per una frazione di secondo verso l'interno della cassetta metallica.

Stefano non perse un attimo. Con un movimento fulmineo spinse Sara e me dietro la colonna di cemento del deposito bagagli e si scagliò contro Marta. Il colpo di pistola partì nell'ambiente chiuso, rimbombando come un'esplosione e frantumando i vetri della bacheca degli orari dei treni.

Marta fu spinta a terra con violenza dal peso di Stefano, e la pistola le volò dalle mani scivolando lungo il pavimento di linoleum scuro finendo proprio ai miei piedi.

Guardai l'arma a terra. Poi guardai mia sorella che lottava come una fiera sul pavimento, con l'odio che le sfigurava il viso. Raccolsi la pistola.