IL SEGRETO DI PERUGIA
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IL SEGRETO DI PERUGIA

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Il tunnel ferroviario era un tubo di cemento armato che puzzava di gasolio stantio, ruggine e umidità opprimente. Camminavamo velocemente sui sassi della massicciata, cercando di non inciampare nelle traverse in legno delle rotaie. Sofia si era addormentata per la stanchezza sulla spalla di Stefano; il piccolo viso della bambina era sereno, ignaro della bufera che stava travolgendo la sua famiglia.

"Quanto manca a Ponte San Giovanni?" chiesi ansimando, sentendo le mie ginocchia cedere per lo sforzo immane della notte.

"Circa due chilometri," rispose Stefano senza rallentare il passo. "Lì c'è la casa di un mio vecchio amico di quando lavoravo nei cantieri. Ci presterà un'auto e potremo raggiungere Perugia centro per consegnare i documenti direttamente al Comando Provinciale dei Carabinieri, saltando la Procura."

"Credi che De Santis sia ancora vivo?" chiese Sara con apprensione.

"De Santis è un osso duro," rispose Stefano con un leggero sorriso amaro. "Ha combattuto contro la mafia negli anni novanta. La Moretti lo ha sottovalutato stasera."

Mentre procedevamo nel buio, tirai fuori dalla tasca il diario di mia sorella Elena. Accesi la torcia del telefono e aprii la prima pagina. La grafia di Elena, sottile e ordinata, mi riportò indietro nel tempo, a quando eravamo ragazze e ci confidavamo i nostri piccoli segreti nella casa di campagna dei nostri genitori.

Leggevo a sbalzi mentre camminavo:

"14 Ottobre - Ho scoperto che la perizia sul ponte del Chiascio è stata falsificata. Il cemento utilizzato è depotenziato. Se non intervengo, quel viadotto crollerà alla prima scossa di terremoto. Valeria Moretti sa tutto. Mi ha minacciato dicendo che se parlo, distruggerà la mia famiglia..."

"28 Ottobre - Marta sa dei soldi. Mi ha chiesto una percentuale per stare zitta. Mia sorella... non posso crederci. Mi ha venduto alla società di costruzioni. L'unica persona di cui mi fido è Stefano. Gli ho chiesto di proteggere Sara se dovesse succedermi qualcosa..."

Le lacrime mi appannarono la vista. Elena non aveva lottato solo per la giustizia, aveva lottato per proteggere noi. E noi per otto anni avevamo creduto alle menzogne di chi l'aveva assassinata.

"Mamma, guarda!" disse improvvisamente Sara indicando la fine del tunnel.

Una luce bianca, distante ma nitida, segnava l'uscita dallo scalo merci di Ponte San Giovanni. Aumentammo l'andatura, uscendo infine all'aria aperta dove la pioggia aveva cominciato a trasformarsi in una leggera foschia mattutina. L'alba stava per spuntare sulle colline dell'Umbria, tingendo il cielo di un rosa pallido e malinconico.

Raggiungemmo un piccolo capannone industriale a ridosso dei binari. Stefano bussò con una sequenza ritmica sul portone in lamiera. Dopo pochi secondi, un uomo sulla sessantina con una folta barba grigia aprì lo spioncino e ci fece entrare rapidamente all'interno.

era Marco, un vecchio compagno di lavoro di Stefano. Senza fare domande, ci offrì delle coperte calde, del caffè bollente e metté a nostra disposizione la sua vecchia camionetta.

"I giornali radio stanno già parlando di voi," disse Marco accendendo una piccola radio a transitor posizionata sul banco da lavoro. "Dicono che un gruppo di terroristi ha aggredito il procuratore capo alla stazione di Perugia."

"La Moretti sta giocando le sue ultime carte," disse Stefano sorseggiando il caffè freddo. "Ma non sa che il materiale non è più solo con noi."

"Cosa vuoi dire?" chiesi sorpresa.

Stefano tirò fuori il suo cellulare. "Prima di uscire dal tunnel, ho inviato tutti i file scansionati del diario e le registrazioni audio direttamente alla redazione milanese del Corriere della Sera e al Comando Generale dei Carabinieri di Roma. Tra due ore la notizia sarà di pubblico dominio su tutti i siti d'informazione nazionali."

Il piano era geniale. La Moretti non poteva più coprire lo scandalo sopprimendo noi; la verità era ormai diventata inarrestabile.

Ma mentre tiravamo un sospiro di sollievo, il telefono di Marco squillò sul tavolo. L'uomo rispose, ascoltò per pochi secondi con un'espressione che si faceva via via più cupa e poi mi passò il ricevitore.

"Teresa... è per te. È la polizia."

Prese il telefono con la mano che mi tremava violentemente.

"Teresa?" la voce che rispose non era quella della Moretti, né quella di un poliziotto sconosciuto. Era la voce affannata e debole, ma inconfondibile, del Maresciallo De Santis.

"De Santis! Sei vivo!" esclamai.

"Sono vivo, Teresa..." disse il vecchio poliziotto con un filo di voce. "Ma la Moretti è scappata. Ha preso tua figlia maggiore come ostaggio prima che i carabinieri la bloccassero. Si sta dirigendo verso la vecchia casa di campagna di Elena a Todi. Vuole distruggere le ultime prove originali prima di tentare la fuga all'estero. Dovete fermarla!"