IL SEGRETO DI PERUGIA
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IL SEGRETO DI PERUGIA

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Il pianto soffocato di Sofia risuonò tra le travi di legno del soffitto della vecchia tipografia come una lama ficcata nel mio cuore. La bambina era lassù, al buio, spaventata e forse ferita.

Valeria Moretti non mosse un solo muscolo. La sua pistola rimase puntata al mio petto, dritta, senza l'ombra di un tremolio. Sull'anulare della mano sinistra sfoggiava un grosso anello d'oro con una pietra verde che luccicava malevola sotto il fascio di luce della mia torcia.

"Non fare passi falsi, Teresa," disse la Moretti con un sorriso tirato che non le toccava gli occhi. "Il mio collaboratore è lassù con tua figlia. Sara è stata molto irragionevole quando ha tentato di scappare stasera. Ha pensato davvero di potersene stare nascosta in Germania all'infinito con la figlia di Stefano? Che illusione patetica."

"Cosa volete da noi?" chiesi, cercai di guadagnare tempo spingendo le terrena delle mie scarpe contro il pavimento per cercare un equilibrio e una possibile via di fuga. "Stefano è morto otto anni fa! Mia sorella Elena è morta! Che cosa c'entra una bambina di quattro anni in questa storia?"

"Stefano non era un semplice ragazzo di periferia, Teresa," spiegò il procuratore avanzando con lentezza calcolata. "Stefano era il contabile della società di costruzioni che stava dietro il progetto del nuovo snodo autostradale dell'Umbria. Tua sorella Elena lavorava come archivista per il Comune e aveva scoperto il sistema di mazzette che finanziava la mia campagna elettorale e i progetti dei più grandi imprenditori della regione. Stefano l'aveva aiutata a copiare tutti i documenti in un diario prima di venire eliminato."

"Voi... voi avete ucciso Elena," bisbigliai, sentendo l'odio montare dentro come una marea velenosa. "E avete incastrato Stefano."

"Stefano si è salvato grazie a tua figlia Sara," continuò la Moretti senza scomporsi. "Sara lo amava. Lo ha nascosto nella vostra casa di campagna per settimane prima che noi riuscissimo a trovarlo. Ma quando il suo van è finito fuori strada quella notte di otto anni fa, Stefano non portava con sé il diario. L'aveva nascosto. E l'unica persona a cui ha lasciato un indizio prima di morire è stata Sara."

Tutto cominciava ad riallinearsi in un quadro agghiacciante. Il trasferimento improvviso di Sara a Monaco, il suo silenzio pluriennale, la foto inviata nella mia cassetta della posta.

"Sara non vi ha mai detto niente perché non sapeva dove fosse il diario," dissi cercando di mantenere la voce ferma. "Se lo avesse saputo, lo avrebbe usato per salvarsi prima!"

"Infatti non lo sapeva," intervenne una voce maschile dall'alto della scala in ferro che portava al soppalco.

Un uomo alto, tarchiato, con un cappellino da baseball calato sulla fronte, scese i gradini lentamente. Con una mano teneva Sara per i polsi, legati stretti con una fascetta da elettricista in plastica nera. Con l'altra scortava la piccola Sofia, che stringeva al petto un vecchio orsetto di peluche rovinato. Sara aveva il labbro spaccato e una guancia arrossata, ma i suoi occhi bruciavano di una determinazione feroce.

"Mamma! Non dirle niente!" gridò Sara disperata prima che l'uomo le stringesse la presa sul braccio costringendola al silenzio. "Non sa dov'è! Nessuno lo sa!"

"Zitta!" ringhiò l'uomo, spingendola in avanti verso di me.

"Sofia!" chiamai, allungando le braccia verso la bambina. La piccola cercò di correre verso di me, ma la Moretti sbarrò la strada frapponendo la canna della pistola tra me e mia nipote.

"La recita è finita," disse il procuratore guardando l'orologio da polso. "Tra mezz'ora la polizia locale troverà il corpo del vecchio De Santis a casa tua, Teresa. Troveranno anche le tue impronte digitali sul sangue del pianerottolo e la scarpina di tua nipote abbandonata in strada. Risulterà chiaro a tutti che sei impazzita, hai aggredito l'ex maresciallo per una storia di vecchi rancori e poi sei fuggita con tua figlia e la bambina. Sarà una tragica storia di follia familiare."

Il piano era diabolico e perfetto. Avevano orchestrato ogni singola mossa fin dall'inizio.

"Chi ti ha mandato la foto nella cassetta della posta non siamo stati noi, Teresa," continuò la Moretti con un'espressione quasi divertita. "È stato il vecchio De Santis. Cercava di attirare Sara a Perugia per costringerla a rivelare la posizione del diario prima che la polizia riaprisse il caso. Ma De Santis ha sottovalutato quanto fossimo vicini."

Improvvisamente, la piccola Sofia lasciò cadere l'orsetto di peluche a terra. Il pupazzo impattò con un suono metallico insolito sulla pavimentazione in pietra. Non un suono morbido di ovatta, ma un colpo sordo e pesante.

Il procuratore Moretti abbassò lo sguardo verso l'orsetto. I suoi occhi si spalancarono per la sorpresa.

In quel preciso istante di distrazione, Sara sferrò un calcio violento e disperato alla stinco dell'uomo alle sue spalle, liberando la presa dalle sue mani, e gritò con tutto il fiato che aveva in gola:

"Mamma, prendi l'orsetto e scappa! Il diario è dentro!"