Il tempo sembrò fermarsi per un istante infinitesimalmente lungo. La rivelazione di Sara cadde come una bomba nel silenzio stantio della tipografia. L'orsetto di peluche consunto, che Sofia aveva tenuto stretto al petto da quando era scesa dal taxi, non era un semplice giocattolo. Era il nascondiglio del diario di mia sorella Elena.
Senza riflettere, mossa unicamente dall'istinto materno e dalla furia della disperazione, mi lanciai in avanti, spazzando via la canna della pistola della Moretti con il braccio sinistro. Il colpo partì con uno schiocco soffocato dal silenziatore, andandosi a conficcare nel soffitto in legno e facendo piovere polvere e calcinacci su di noi.
Mi tuffai a terra sui mattonelli freddi, afferrai l'orsetto di peluche per un'orecchio e mi rimisi in piedi con una spinta felina che non credevo di possedere a cinquantanove anni.
"Prendi Sofia!" urlai a Sara mentre con una spallata violentissima travolgevo l'uomo col cappello da baseball che cercava di afferrare di nuovo mia figlia.
L'uomo perse l'equilibrio e ruzzolò contro la pila di vecchi quotidiani accumulati vicino alla parete, trascinando con sé una scaffalatura in metallo che rovinò a terra con un fragore sordo. Sara afferrò Sofia al volo, sollevandola di peso, e insieme ci lanciammo verso la porta antincendio sul retro della tipografia, una vecchia porta d'acciaio che dava direttamente sui cunicoli sotterranei della Perugia medievale.
Spinsi la barra antipanico. La porta si spalancò con un cigolio acuto e ci buttammo nella penombra umida delle rovine ipogee che si snodavano sotto il centro storico.
"Di qua! Seguimi!" gridai, conoscendo a memoria quei passaggi fin da quando ero ragazzina.
Dietro di noi si udirono le imprecazioni dell'uomo e i tacco rigidi della Moretti che risuonavano minacciosi sulla pietra. La pioggia che filtrava dalle grate superiori creava una cortina di gocce fredde che ci bagnava il viso. I corridoi della Rocca Paolina, deserti a quell'ora della notte, sembravano un labirinto infinito di mattone rosso e pietra calcarea.
Sara correva accanto a me, ansimante, tenendo Sofia stretta contro la spalla. La bambina non piangeva più; stringeva i pugni attorno al collo della madre con gli occhi sgranati dal terrore.
"Mamma, le mie mani!" disse Sara indicando i polsi ancora bloccati dalla resistente fascetta di plastica nera.
"Continuamo a correre, la taglieremo dopo!" le dissi, guidandola attraverso un passaggio stretto che portava verso i sotterranei dell'ex fortezza papale.
Svoltiamo a sinistra sotto una volta a botte, poi subito a destra dentro una galleria buia utilizzata per le mostre d'arte durante la stagione estiva. Le nostre ombre si allungavano sinistre sulle pareti bagnate. Ma dietro di noi i passi dei nostri inseguitori non accennavano a diminuire. Il complice della Moretti conosceva la zona o aveva con sé un localizzatore.
"Teresa! Non puoi correre per sempre!" la voce amplificata dall'eco della Moretti risuonò nei cunicoli. "Dacci quel peluche e vi lasceremo andare! Non ti conviene fare l'eroina per un fantasma che è morto otto anni fa!"
"Non ascoltarla, mamma," ansimò Sara, fermandosi un secondo per riprendere fiato all'ombra di un pilone di pietra. "Stefano non è morto per un incidente. Quella notte... la notte in cui è arrivata la notizia della sua morte, io ero con lui. Stefano è riuscito a scappare dal veicolo prima che esplodesse. È stato De Santis a portarlo via e a fargli cambiare identità!"
Mi bloccai di colpo. Il mondo sembrò girare all'incontrario.
"Cosa hai detto?" bisbigliai sconvolta. "Stefano è vivo?"
"Sì, mamma," disse Sara con le lacrime che le rigavano le guance infangate. "Stefano è vivo. Vive in Germania sotto un altro nome. È lui che vi ha mandato la foto nella cassetta della posta! Non voleva farci del male, voleva spingerti a cercare De Santis perché sapeva che la Moretti ci stava tracciando i telefoni a Monaco! Aveva bisogno che fossi tu a recuperare la verità qui a Perugia!"
Le tessere del mosaico si stravolgevano ancora una volta. La foto non era una minaccia, ma un segnale di soccorso. Una chiamata alle armi per la famiglia.
Improvvisamente, un'ombra si stagliò in fondo al corridoio davanti a noi, bloccandoci l'unica via d'uscita verso le scale mobili della Rocca. Era l'uomo del procuratore. Sulla fronte aveva un taglio sanguinante da cui colava un rivolo rosso, e nella mano destra impugnava un coltello a serramanico.
"Consegnami il pupazzo, vecchia," disse l'uomo facendo un passo lento verso di noi con un sorriso maligno. "O inizio a tagliare tua figlia un pezzo alla volta."
Eravamo intrappolate nel corridoio ceco della fortezza. Dietro di noi i passi della Moretti si avvicinavano inesorabili, e davanti a noi c'era un aggressore armato. Ma mentre stringevo il peluche di Sofia con la mano destra, sentii qualcosa di duro e rigido cucito proprio nella schiena del giocattolo. Non solo un diario, ma una piccola chiave in ottone con un numero inciso sopra.






