IL SEGRETO DI PERUGIA
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IL SEGRETO DI PERUGIA

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Sei mesi dopo.

L'aula del Tribunale di Perugia era stipata in ogni ordine di posti. Giornalisti provenienti da tutta Italia, telecamere delle emittenti nazionali e centinaia di cittadini si erano affollati dietro le transenne per assistere all'udienza finale del processo che i giornali avevano battezzato "Lo Scandalo dell'Umbria".

Seduta in prima fila tra il pubblico, indossavo un abito scuro ed elegante. Accanto a me c'erano mia figlia Sara e Stefano. Stefano portava una giacca grigia che nascondeva in parte le vecchie cicatrici, ma il suo viso era sereno, privo della cupa sofferenza che lo aveva accompagnato per anni. La sua posizione legale era stata completamente riabilitata: lo Stato italiano gli aveva presentato scuse ufficiali per l'errore giudiziario e per la falsa accusa di omicidio.

Al banco degli imputati, protetti da una parete di vetro blindato, sedevano l'ex procuratore capo Valeria Moretti e mia sorella Marta.

La Moretti appariva invecchiata di vent'anni: i capelli biondi un tempo curatissimi erano ora grigi e arruffati, lo sguardo fisso sul pavimento di marmo dell'aula. Marta indossava una semplice tuta da carcere; durante tutta la durata del processo non aveva mai avuto il coraggio di voltarsi per incrociare il mio sguardo o quello di Sara.

Il presidente della Corte d'Assise picchiò il martelletto in legno sul banco, riportando il silenzio assoluto nella sala.

"In nome del Popolo Italiano," esordì il giudice con voce solenne. "La Corte, visti gli articoli 533 e 535 del codice di procedura penale, dichiara Moretti Valeria e Rossi Marta colpevoli dei reati di concorso in omicidio volontario con premeditazione nella persona di Elena Rossi, corruzione in atti giudiziari, falso ideologico e associazione a delinquere."

Un mormorio sommesso si diffuse tra la folla presente in aula.

"Condanna Moretti Valeria alla pena dell'ergastolo e all'interdizione perpetua dai pubblici uffici. Condanna Rossi Marta alla pena di anni ventiquattro di reclusione."

Marta si coprì il viso con le mani scoppiando in un pianto silenzioso, mentre i carabinieri le mettevano le manette ai polsi per scortarla verso il cellulare penitenziario. La Moretti rimase immobile, come una statua di gesso priva di vita.

In terza fila tra il pubblico scorsi il Maresciallo De Santis. Era seduto su una sedia a rotelle, visibilmente indebolito dalla malattia, ma i suoi occhi brillavano di una luce di pura vittoria. Mi fece un piccolo cenno con la testa, un saluto solenne e affettuoso al quale risposi con un sorriso di profonda gratitudine. Senza il suo coraggio e la sua ossessione per la verità, saremmo stati tutti sepolti sotto le menzogne della Procura.

Uscimmo dall'edificio del Tribunale di Piazza Matteotti sotto un sole caldo di maggio che dorava le antiche pietre di Perugia. I reporter e i fotografi ci circondarono immediatamente con raffiche di flash e domande urlate a gran voce.

"Signora Teresa! Un commento sulla sentenza!"

"Stefano! Cosa si prova a riavere la propria vita indietro dopo otto anni di latitanza?"

Stefano prese la mano di Sara, la strinse con forza e si rivolse ai microfoni con voce ferma e pacata:

"La verità non si può bruciare con la benzina, e non si può nascondere sotto un timbro della Procura. Elena Rossi ha dato la vita per proteggere questa città, e stasera finalmente sua memoria è libera."

Ci facemmo largo tra la folla, camminando lungo corso Vannucci verso i giardini Carducci, dove la piccola Sofia ci stava aspettando insieme a una babysitter. La bambina correva sul prato inseguendo le colombe sotto l'ombra degli alberi secolari.

Quando ci vide arrivare, Sofia corse verso di noi a braccia aperte. Stefano la sollevò in alto nel cielo azzurro di maggio, facendola ridere di gusto.

"Nonna Teresa!" gridò Sofia guardandomi dall'alto delle spalle del padre. "Andiamo a mangiare il gelato?"

"Certo che andiamo a mangiare il gelato, tesoro mio," risposi abbracciandola.

Ma mentre guardavo la mia famiglia finalmente riunita e felice, sapevo che mancava ancora un ultimo passo per chiudere definitivamente i conti con il passato. Un ultimo viaggio che dovevamo fare tutti insieme.