L'avvocato mi consegnò una scatola in legno d'olivo intagliata a mano e una busta da lettera sigillata con la ceralacca rossa. Lo ringraziammo e lo salutammo mentre si allontanava lungo i vicoli del centro storico.
Salimmo tutti insieme le scale di pietra della mia palazzina. La casa non era più buia o minacciosa; aprii le finestre del soggiorno lasciando che l'aria profumata della sera e la luce del tramonto inondassero ogni stanza.
Ci sedemmo attorno al grande tavolo in noce del soggiorno, lo stesso tavolo dove otto mesi prima avevo pianto disperata con la foto di Sofia tra le mani tremanti.
Aprii la lettera del Maresciallo De Santis. La sua scrittura era tremolante per via della malattia, ma ogni parola trasudava la dignità di un uomo che aveva dedicato tutta la sua esistenza alla giustizia:
"Cara Teresa,
Se stai leggendo questa lettera, significa che la mia battaglia su questa terra è terminata e che la giustizia ha finalmente fatto il suo corso. Quando otto anni fa Elena fu uccisa, ho commesso il più grande errore della mia carriera fidandomi del procuratore Moretti. Ma quando ho capito la verità, ho giurato a me stesso che non sarei andato incontro alla morte prima di aver restituito a te e a Sara la dignità che vi era stata rubata.
Nella scatola di legno troverai i titoli di proprietà della casa di campagna di Todi, che ho rilevato all'asta giudiziaria per vostro conto, e il diario originale di tuo padre che avevo salvato dal sequestro.
Abbi cura di Sofia. Ha i tuoi stessi occhi e il coraggio di sua madre. Sii felice, Teresa. Ve lo meritate tutti.
Con profonda stima,
Maresciallo Antonio De Santis"
Sara si sciose in un pianto commosso, appoggiando la testa sulla spalla di Stefano, che le mise un braccio attorno alla vita stringendola forte a sé.
Aprii la scatola in legno d'olivo. Dentro, oltre ai documenti menzionati da De Santis, c'era un vecchio carillon in metallo argentato che apparteneva a mia sorella Elena quando era bambina. Caricai la chiavetta del carillon.
Una melodia dolce, chiara e nostalgica risuonò nella stanza, riempiendo il silenzio della sera.
Sofia si avvicinò al tavolo, affascinata dalla piccola ballerina in porcellana che girava all'interno del carillon. "Nonna, che bella musica! È la musica della zia Elena?"
"Sì, piccola mia," risposi sorridendo tra le lacrime e prendendola in braccio. "È la musica della zia Elena."
Guardai fuori dalla finestra del soggiorno. La città di Perugia si stendeva sotto di noi come un dipinto antico, illuminata dalle prime luci dei lampioni che si accendevano lungo i vicoli e le piazze medievali. Non c'erano più ombre minacciose tra le pietre antiche della città. Non c'erano più segreti o bugie capaci di dividerci.
Otto mesi prima, una fotografia arrivata in una cassetta della posta aveva squarciato il velo di una menzogna durata otto anni, portando terrore, fuga e rivelazioni sconvolgenti. Ma quella stessa fotografia ci aveva costretti a lottare, a ritrovarci e a sconfiggere il male che ci aveva distrutto.
Stefano si avvicinò alla finestra mettendo un braccio attorno alle spalle di Sara. Sofia mi mise le braccine attorno al collo, facendomi un piccolo bacio sulla guancia.
I segreti di Perugia erano stati infine svelati. La verità aveva trionfato, e la nostra famiglia era di nuovo unita, forte e pronta ad accogliere il domani senza più alcuna paura.
FINE






