IL SEGRETO DI PERUGIA
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IL SEGRETO DI PERUGIA

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La pioggia battente sferzava i vicoli del centro storico di Perugia, trasformando le ripide scalinate di pietra in torrenziali ruscelli d'acqua sporca. La sirena della polizia rimbombava sempre più vicina, echeggiando tra gli archi medievali di via della Cupa. La mia mente era nel caos più totale: il corpo svenuto del maresciallo sul mio pianerottolo, il sangue sui gradini, le sue ultime parole sibilate e, sopra ogni altra cosa, la fuga improvvisa di mia figlia con la bambina.

Non potevo rimanere lì. Se la polizia mi avesse trovato con un ex investigatore svenuto in una chiazza di sangue davanti alla porta, sarei stata trattenuta per ore, e Sara avrebbe avuto tutto il tempo di sparire di nuovo, stavolta per sempre.

Inclinai il capo verso il corpo di De Santis. Respirava ancora, con un ritmo lento e profondo. Dalla tasca interna del suo giaccone sporgeva il taccuino di pelle nera che aveva cercato di darmi. Senza pensarci due volte, lo sfilai, lo infilai nella mia giacca, afferrai la mia borsa dal corridoio e scivolai giù per la rampa di scale secondaria che portava verso i sotterranei della palazzina, uscendo sul retro attraverso il vecchio portone di servizio che dava su una traversa buia.

"Sara! Sofia!" chiamai a bassa voce, ma il vento inghiottì il mio richiamo.

Il selciato scivoloso mi costringeva a procedere lentamente. Sotto un lampione dalla luce giallastra e tremolante, notai qualcosa per terra. Una piccola scarpina da bambina, bagnata di pioggia, abbandonata vicino a un cassonetto dell'immondizia. Sofia doveva averla persa durante la corsa disperata della madre. Raccolsi la scarpina con le dita gelate, stringendola al petto come un amuleto.

Sara non poteva essere andata lontana a piedi, da sola, con una bambina in braccio nel mezzo della notte e senza auto. L'unico posto dove poteva cercare rifugio nei paraggi era l'ufficio abbandonato di mio marito, chiuso da quando era morto cinque anni prima, situato a poche centinaia di metri, vicino alla rocca Paolina.

Svoltando l'angolo verso i giardini Carducci, la nebbia era così fitta che si faceva fatica a vedere a tre metri di distanza. Tirai fuori il taccuino di De Santis sotto la sporgenza di un tetto per proteggerlo dall'acqua e usai la luce del cellulare per sfogliarlo rapida.

Le pagine erano piene di appunti fitti, date, nomi sbarrati e ritagli di giornale risalenti a otto anni prima, l'anno in cui mia sorella Elena era stata trovata morta nella sua casa di campagna alle porte di Todi. Un dettaglio, tuttavia, catturò subito la mia attenzione: una pagina recava una mappa stilizzata del centro di Perugia, con dei cerchi rossi intorno a tre luoghi ben precisi. Il primo era casa mia. Il secondo era la vecchia tipografia di famiglia. Il terzo era contrassegnato da una parola scritta in rosso con tratti decisi: IL DIARIO DEGLI ARCHIVI.

Accanto a questa nota c'era un appunto a margine scritto da De Santis: "Elena sapeva dell'accordo tra l'impresa edile e il Comune. Stefano non era l'assassino, era l'unico testimone. Sara lo ha nascosto prima che lo uccidessero."

La testa mi girava per la vertigine di quelle rivelazioni. Tutta la narrazione su cui avevo costruito la mia sofferenza negli ultimi otto anni era un'impalcatura di bugie. Stefano, il ragazzo che avevo odiato credendolo l'assassino di mia sorella, non era un mostro. E mia figlia Sara non era scappata per vergogna o codardia, ma per proteggere l'unica prova vivente di quel segreto: sua figlia Sofia.

Raggiunsi l'ingresso della vecchia tipografia in via Priori. La serranda in ferro era parzialmente sollevata, lasciando uno spazio buio in basso di circa mezzo metro.

"Sara?" sussurrai infilandomi sotto la saracinesca.

L'odore di inchiostro stantio, carta muffita e umidità mi accolse nell'oscurità del locale. La tipografia era rimasta esattamente come l'aveva lasciata mio marito prima di ammalarsi. I vecchi macchinari in ghisa parevano enormi mostri addormentati nel buio.

Un rumore di passi leggeri mi fece voltare verso il fondo del magazzino, dove una volta c'era la stanza delle bozze. Avanzai a tentoni, tenendo la torcia bassa per non farmi notare dalla strada.

"Sara, sono io, la mamma. Sono sola. De Santis è vivo, mi ha dato il suo taccuino. Devi spiegarmi tutto."

Dalla penombra della stanza uscì una sagoma. Ma non era Sara.

Era una donna alta, con un elegante cappotto di sartoria completamente asciutto, i capelli biondi raccolti con rigore e uno sguardo privo di qualsiasi calore umano. Nella mano destra impugnava una pistola dotata di un lungo silenziatore nero.

"Teresa... la solita credulona," disse la donna con una voce fredda, perfettamente calibrata. "Speravo che tua figlia fosse più intelligente di te, ma a quanto pare la stupidità è un tratto ereditario in questa famiglia."

Riconobbi subito quel volto. Era Valeria Moretti, il procuratore capo che otto anni prima aveva guidato le indagini sulla morte di mia sorella e che oggi era una delle figure più potenti della regione.

"Dov'è mia figlia?" chiesi, facendo un passo indietro ma trovando il muro alle mie spalle.

"Tua figlia è stata molto utile per far uscire allo scoperto quel vecchio rincoglionito di De Santis," rispose la Moretti facendo un passo verso di me. "Ma adesso mi serve il diario di Elena. So che sai dove si trova. E se ci tieni alla vita della tua nipotina, faresti meglio a darmelo prima che il mio uomo finisca il lavoro che ha iniziato a casa tua."

In quel momento, dal piano di sopra della tipografia, risuonò il pianto disperato della piccola Sofia.