L'oscurità piombò su di noi come un sipario di piombo. Il silenzio della casa, interrotto solo dal rumore sommesso della pioggia che batté contro i vetri alti del soggiorno, divenne acuto e insopportabile. La piccola Sofia fece un piccolo verso di spavento nel sonno, muovendosi irrequieta sul divano. Sara le mise immediatamente una mano sulla bocca, soffocando ogni possibile suono. Il suo respiro sul mio collo era caldissimo e affannato, segnato da un terrore atavico che non ammetteva repliche.
I passi sulle scale di pietra antica del condominio continuavano a salire. Un ritmo lento, misurato, implacabile. Un calpestio pesante di scarpe in cuoio su pietra umida, senza fretta, come chi sa perfettamente di avere la preda intrappolata tra quattro mura senza via di fuga.
"Mamma, vieni dietro l'armadio," sussurrò Sara, tirandomi per il manico del maglione con una forza disperata che non le sapevo appartenere.
Scivolammo nell'angolo buio tra la grande credenza in noce e la parete di pietra a vista. Mi accovacciai stringendo a me le ginocchia, mentre Sara teneva Sofia stretta al petto, proteggendole la testa con il bordo del suo pesante cappotto bagnato. Il cuore mi batteva così forte nelle tempie da oscurare quasi il suono dei passi, ma poi il rumore si arrestò proprio dietro la mia porta di casa.
Seguì una pausa interminabile. Un silenzio di tomba in cui percepii nitidamente il suono metallico di qualcosa che sfiorava la serratura. Un raschio sottile, come di una chiave sbagliata infilata con calma, o di uno strumento da scasso. Poi, due colpi secchi e distanziati battuti contro il legno massiccio del portone.
"Teresa... So che sei lì dentro. E so che la ragazza è tornata."
La voce che filtrò dalle fessure del legno non era quella di uno sconosciuto. Era una voce ruvida, profonda, leggermente raschiata dal fumo. Una voce che mi fece gelare il sangue ancora più dell'oscurità e della mancanza di corrente. Era la voce del Maresciallo De Santis, l'investigatore che otto anni prima si era occupato dell'omicidio di mia sorella Elena e della caccia a Stefano.
"De Santis..." mormorai tra me e me, senza emettere alcun suono articolato. Per quale motivo il maresciallo in pensione si trovava fuori dalla mia porta al buio, proprio cinque minuti dopo l'arrivo segreto di mia figlia dalla Germania?
"Apri la porta, Teresa," continuò la voce dall'esterno. "Non sono venuto per farvi del male. Ma se non mi fai entrare adesso, quelli che vi stanno seguendo da Monaco vi troveranno prima che arrivi l'alba. E stavolta non ci sarà nessun incidente stradale a salvare la pelle a nessuno."
Sara sussultò visibilmente a quelle parole. Sentii le sue dita stringere ferocemente il mio braccio, le unghie che affondavano nella lana della mia maglia. Mi guardò nell'oscurità; gli occhi di mia figlia, sgranati nel buio, imploravano silenzio e rifiuto. Ma la domanda che mi rodeva dentro era troppo grande, troppo velenosa per essere ignorata.
Chi c'era dietro la porta? Il poliziotto che aveva cercato la verità su mia sorella, o l'architetto della menzogna che aveva distrutto la mia famiglia otto anni prima?
"Mamma, no, ti prego," alitò Sara con un filo di voce tremante. "Non aprire. Lui sa tutto. È stato lui a darmi il passaporto falso per scappare a Monaco quando ero incinta."
Quelle parole caddero nel buio come pietre da un dirupo. De Santis aveva aiutato Sara a fuggire? Il maresciallo che all'epoca gridava ai giornali che Stefano era un mostro assassino, aveva in realtà protetto la figlia dell'uomo che tutti credevano il killer di mia sorella?
"Sara... parlami," le chiesi con un sussurro impercettibile ma feroce. "Chi era davvero Stefano per te? E perché la tua bambina ha la sua stessa identica voglia sul collo?"
Prima che Sara potesse articolare una parola, si udì un tonfo metallico all'esterno, seguito da un soffocato lamento di dolore. Un secondo rumore, simile a un corpo pesante che scivola lungo la parete, risuonò dietro la porta, seguito da passi veloci che si allontanavano di corsa giù per le scale. Poi di nuovo il silenzio, un silenzio ancora più profondo e minaccioso.
Lentamente, ignorando le supplicanti trattenute di mia figlia, mi alzai in piedi. La torcia del mio telefono, recuperata al buio dalla tasca dei pantaloni, proiettò una lama di luce bianca e fredda sul pavimento di cotto. Mi avvicinai alla porta con la mano che tremava in modo incontrollabile, abbassai la maniglia e girai la chiave.
Aprii il portone di tre dita.
Sul pianerottolo di pietra chiara, riverso su un fianco sotto la luce fioca che filtrava dalla finestra del vano scale, giaceva il corpo del Maresciallo De Santis. La sua mano destra stringeva una vecchia mazzetta di chiavi e un taccuino di pelle nera rovinato dall'uso. Dalla sua testa un filo di sangue scuro colava lentamente verso il primo gradino.
Mi inginocchiai accanto a lui con il cuore in gola. Il vecchio poliziotto aprì gli occhi a fatica, cercò il mio sguardo e mi afferrò la manica con una forza imprevista per un uomo ferito.
"Elena... non è stata uccisa da Stefano..." balbettò con la voce soffocata dal proprio sangue. "La foto... la foto che ti hanno mandato... era una trappola per far tornare la bambina qui. Vogliono... vogliono il diario di tua sorella..."
"Chi vuole il diario? Chi è stato, De Santis?" urlai sottovoce, scuotendolo per le spalle.
Il maresciallo chiuse gli occhi e perse conoscenza, ma prima che potessi chiamare un'ambulanza, dalla strada sottostante salì l'urlo acuto di una sirena che si avvicinava a gran velocità verso il nostro palazzo. Ma la cosa più spaventosa non era la polizia in arrivo. Quando mi girai verso l'interno dell'appartamento per richiamare Sara, scoprii che il soggiorno era deserto.
La porta della cucina che dava sul retro era spalancata, la coperta rossa giaceva a terra e Sara, insieme alla piccola Sofia, era scomparsa nella notte.






