Nella cassetta della posta, tra le solite bollette della luce e i volantini dei supermercati, c’era una busta bianca senza affrancatura né mittente. Dentro trovai la fotografia di una bambina di circa quattro anni che mi somigliava in un modo spaventoso: gli stessi occhi azzurro ghiaccio, la stessa fossetta sul mento e persino il modo in cui le sopracciglia si incurvavano leggermente a sinistra. Sul retro della foto, una scrittura corsiva e nervosa recitava semplicemente: "È tua nipote".
In quel momento, il cuore mi si fermò nel petto. "Ma di quale figlia si tratta?" bisbigliai tra me e me, mentre le mani mi tremavano così tanto che la foto quasi mi scivolò sui mattonelli del corridoio.
Mi chiamo Teresa, ho cinquantanove anni e vivo da sola a Perugia, in una vecchia casa in pietra nel centro storico, dove le pietre antiche sembrano trattenere l'umidità e i segreti di intere generazioni. Ho due figlie, ma la mia vita si era spezzata in due otto anni fa, quando la mia secondogenita, Sara, decise di trasferirsi in Germania in tutta fretta, tagliando quasi ogni ponte con me. Ci sentivamo raramente, solo per brevi auguri di compleanno o brevi messaggi a Natale che sembravano scritte da una sconosciuta.
Non esitai un secondo. Presi il telefono e digitai il numero di Sara con le dita rigide per il panico. Dopo ben sette squilli a vuoto, quando stavo per riattaccare, rispose.
"Sara?" dissi con la voce incrinata dall'emozione.
"Mamma? Che succede? Perché mi chiami a quest'ora?" la sua voce era distante, accompagnata dal rumore sordo del traffico di Monaco di Baviera.
"Sara... ho appena trovato una fotografia nella mia cassetta della posta. C'è una bambina... una bambina che è la mia copia spiccata. E dietro c'è scritto che è mia nipote. Sara, dimmi la verità: è tua figlia?"
Dall'altra parte del filo calò un silenzio così denso che potevo sentire il battito del mio stesso sangue nelle orecchie. Poi, la sua voce cambiò completamente, facendosi un sussurro terrorizzato che non le avevo mai sentito prima:
"Mamma... come hai avuto quella foto? Nessuno doveva saperlo ancora. Chi te l'ha mandata?"
"Non lo so!" quasi urlai, camminando avanti e indietro nel soggiorno. "È arrivata per posta stamattina! Sara, hai una figlia di quattro anni e non mi hai detto niente? Per quattro anni mi hai nascosto mia nipote?!"
Sara mi raccontò pochissimo, spezzando le frasi tra un sospiro e l'altro. La bambina si chiamava Sofia, aveva quattro anni e aveva sempre vissuto con lei a Monaco. Ma quando le chiesi con insistenza perché mi avesse nascosto una cosa così grande, la sua risposta mi gelò il sangue:
"Avevo paura di dirtelo prima, mamma. Non al telefono... ci sono cose che non posso dire attraverso una linea telefonica. Se qualcuno ascolta... Mamma, ascoltami bene: metti quella foto sotto chiave e non parlarne con nessuno. Con nessuno, hai capito? Nemmeno con tua sorella, nemmeno con i vicini. Arrivo a Perugia il mese prossimo."
Prima che potessi farle un'altra domanda, la linea cadde. La sua voce tremava come non l'avevo mai sentita in vita mia, carica di un terrore cieco che non apparteneva alla ragazza solare che era stata un tempo.
Quello fu il mese più lungo della mia esistenza. Non riuscivo a dormire. Chi aveva imbucato quella foto nella mia cassetta della posta a Perugia se Sara viveva in Germania? Chi altri sapeva dell'esistenza di Sofia?
Esattamente trenta giorni dopo, una piovosa sera di novembre, un taxi si fermò davanti al portone di casa mia. Ne uscì Sara, avvolta in un lungo cappotto scuro, con un'aria sfinita e il viso scavato dalle occhiaie. Tra le braccia teneva una bambina addormentata, avvolta in una coperta di lana rossa.
"Mamma," sussurrò Sara entrando in casa e chiudendo la porta a chiave con tre mandate prima ancora di posare le valigie.
Piansi nell'abbracciarla, ma il mio sguardo fu subito catturato dalla piccola. Sara la adagiò delicatamente sul divano del soggiorno. La bambina aprì gli occhi, stropicciandoseli con i pugni chiusi. Era bellissima, con i boccoli castani e la pelle chiara.
Mi inginocchiai davanti al divano. "Ciao, piccola mia... io sono la nonna Teresa," dissi con le lacrime che mi bagnavano le guance.
Sofia mi guardò. E fu in quel preciso istante, guardando negli occhi quella bambina sotto la luce calda del lampadario della sala, che scoprii un dettaglio del suo viso che mi fece capire esattamente perché Sara avesse aspettato tanto a presentarmela... e perché avesse così tanta paura.
La bambina non aveva soltanto i miei occhi azzurri. Sul lato destro del collo, proprio sotto l'orecchio, Sofia aveva una piccola macchia della pelle a forma di mezzaluna. Una voglia di nascita identica, inconfondibile, quasi chirurgica.
Quella non era una semplice caratteristica ereditaria della mia famiglia.
Quella stessa identica macchia a forma di mezzaluna ce l'aveva soltanto un'altra persona che avevo conosciuto nella mia vita: Stefano, l'uomo che otto anni fa era stato accusato dell'omicidio di mia sorella minore e che era morto in un misterioso incidente d'auto la notte prima di essere arrestato. L'uomo che Sara mi aveva sempre giurato di non aver mai incontrato.
Il cuore mi crollò nello stomaco. Guardai Sara con l'orrore che mi saliva alla gola. "Sara... chi è veramente il padre di questa bambina?"
Sara si coprì la bocca con le mani, cominciando a tremare violentemente. Ma prima che potessi rispondere, la luce della sala si spense all'improvviso, facendo piombare la casa nell'oscurità più totale.
Dal piano di sotto, la pesante porta di legno dell'ingresso principale della palazzina produsse un cigolio sinistro, seguito dal suono lento e ritmico di passi pesanti che salivano le scale di pietra.
Passi che venivano verso la mia porta.






