Il numero inciso sulla piccola chiave d'ottone era 412. Un numero che nella mia memoria rievocò immediatamente le immagini di un luogo dimenticato dal tempo: la vecchia cassetta di sicurezza della Banca Popolare dell'Umbria in Piazza Italia, la cui sede storica distava meno di duecento metri sopra le nostre teste, esattamente all'uscita dei sotterranei della Rocca Paolina.
L'uomo con il coltello mosse un altro passo verso di noi. Il fascio della sua torcia ci accecava, costringendoci a ripararci gli occhi con le mani.
"Dai qua," ringhiò spingendo la lama in avanti.
Ma prima che l'uomo potesse compiere un solo movimento, dalle ombre dell'arco alle sue spalle scattò una figura imponente. Un uomo alto, avvolto in un impermeabile scuro, colpì l'aggressore al collo con un fendente preciso e devastante. Il complice della Moretti emise un grugnito soffocato, lasciò cadere il coltello sulla pietra e stramazzò al suolo privo di sensi.
Restammo impietrite. La figura si voltò lentamente verso di noi sotto la luce fioca delle lampade d'emergenza dei sotterranei. Sotto il bordo del cappello bagnato scorsi un viso segnato da profonde cicatrici sul lato destro, la pelle spessa e tesa per le ustioni di un vecchio incendio. Ma quegli occhi azzurri, profondi e Malinconici, erano inconfondibili.
"Stefano..." sussurrò Sara, muovendo un passo in avanti mentre le sue dita tremavano.
L'uomo non disse una parola. Si avvicinò a Sara, estrasse dalla tasca un paio di forbici da elettricista e con un taglio netto spezzò la fascetta di plastica che le bloccava i polsi. Poi posò lo sguardo su Sofia, che lo guardava con curiosità e senza alcuna paura dalla spalla della madre.
"Sta bene?" chiese Stefano con una voce profonda, roca, come se non l'avesse usata per anni.
"Sta bene," rispose Sara, appoggiando la testa sul suo petto per un solo brevissimo secondo d'intensa commozione. "Ha tenuto l'orsetto per tutto il tempo."
Mi avvicinai a loro, sentendo un nodo inestricabile alla gola. L'uomo che per otto anni avevo considerato il mostro della mia famiglia, l'assassino di mia sorella Elena, si trovava davanti a me. Aveva rischiato la vita per salvarci.
"Teresa," disse Stefano guardandomi negli occhi con un rispetto quasi doloroso. "So cosa pensi di me. So cosa hai provato per tutti questi anni. Ma non ho ucciso io Elena. Elena era come una sorella per me. Quando ha scoperto che il procuratore Moretti stava insabbiando le perizie sulla sicurezza dei ponti autostradali per prendere mazzette, ha capito di essere in pericolo di vita. Ha nascosto i documenti originali e mi ha chiesto di proteggere Sara se le fosse successo qualcosa."
"E l'incidente?" chiesi con la voce scossa dalle lacrime. "Tutti dicevano che eri morto in quella macchina bruciata."
"De Santis mise un corpo irriconoscibile nel mio furgone prima di dargli fuoco," spiegò Stefano velocemente. "Era l'unico modo per fermare la caccia all'uomo e permettermi di scappare in Germania con Sara. Ma la Moretti non ha mai smesso di cercare i documenti. Sapeva che prima o poi saremmo dovuti tornare a Perugia per recuperarli."
"Perché adesso?" chiesi, mostrando la piccola chiave d'ottone estratta dal peluche. "Perché inviarmi quella foto un mese fa?"
"Perché De Santis sta morendo di cancro," rispose Stefano con amarezza. "Un mese fa mi ha contattato dicendo che la Moretti aveva scoperto il suo nascondiglio e stava per intercettare anche noi. Dovevamo chiudere i conti prima che fosse troppo tardi. Ma non sapevo che la Moretti vi avrebbe intercettato così in fretta."
Un rumore metallico e passi veloci echeggiarono lungo la galleria alle nostre spalle. Il procuratore Moretti stava arrivando, e non era sola. Si udivano le voci di altri uomini armati che perlustravano i sotterranei.
"Dobbiamo uscire di qui adesso," disse Stefano afferrando la borsa di Sara e prendendo Sofia tra le braccia. La bambina gli mise le braccine attorno al collo, e fu in quel momento che notai di nuovo la voglia a forma di mezzaluna sul collo di Sofia, identica a quella che intravidi sotto il colletto della camicia di Stefano.
"La chiave apre la cassetta di sicurezza 412 alla banca di Piazza Italia," dissi mostrando il piccolo pezzo metallico. "Il diario di Elena è lì dentro."
"No," rispose Stefano scuotendo la testa con uno sguardo cupo. "La chiave non apre una cassetta della banca. Quella è la chiave di una cassa depositi alla vecchia stazione ferroviaria di Fontivegge. È lì che Elena ha nascosto i file audio originali."
"Allora andiamo a Fontivegge," dissi con determinazione.
"Non sarà così facile," intervenne una voce ghiacciata dall'oscurità del corridoio.
Il procuratore Valeria Moretti emerse dalla penombra, accompagnata da due uomini in abito scuro e armati di pistole d'ordinanza. Impugnava la sua arma puntandola direttamente al petto di Sofia.
"Mettete giù la chiave," ordinò la Moretti con un sorriso spietato. "Oppure la bambina non vedrà mai il suo quinto compleanno."






