La minaccia del procuratore Moretti congelò l'aria nel cunicolo sotterraneo. Il tubo freddo della pistola baluginava sotto la luce fioca delle lampade della fortezza. Sofia, avvertendo il pericolo imminente, affondò il viso nel collo di Stefano, rimanendo perfettamente immobile e in silenzio.
"Valeria, lascia stare la bambina," disse Stefano facendo mezzo passo avanti per fare da scudo umano con il proprio corpo. "Hai quello che vuoi. Il diario è la chiave, siamo noi a darti i documenti. Lascia che Teresa e Sara se ne vadano."
La Moretti emise una risata fredda, priva di qualsiasi traccia di umorismo. "Credi davvero che io sia così sprovveduta da lasciar andare dei testimoni? Siete entrati in questa storia otto anni fa e stasera ci uscirete tutti insieme. Un tragico incendio nel sotterraneo della Rocca Paolina... una perdita di gas, forse. Succede così di frequente nelle vecchie strutture."
I due uomini in abito scuro fecero un passo avanti per disarmare Stefano. Ma in quel preciso istante, un rumore sordo e metallico rimbombò alle spalle del gruppo del procuratore.
Il vecchio cancello di ferro che delimitava l'accesso alla zona archeologica cadde pesantemente a terra con un boato spaventoso. Dalla penombra emerse la sagoma imponente del Maresciallo De Santis. Aveva la testa fasciata con una garza improvvisata bagnata di sangue, la giacca sporca di fango, ma nella mano destra impugnava la vecchia pistola d'ordinanza della Polizia di Stato.
"Abbandona l'arma, Valeria!" urlò De Santis con una voce che scosse le pareti di pietra. "È finita! La Guardia di Finanza è già nella sede del tuo comitato elettorale! Ho inviato le copie dei rendiconti dieci minuti fa dal mio tablet!"
La Moretti si voltò per una frazione di secondo, sorpresa dall'apparizione del vecchio poliziotto che credeva fermato per sempre. Quello fu l'unico momento di distrazione di cui avevamo bisogno.
Stefano reagì con la velocità di un gatto: sferrò un calcio preciso alla mano armata del procuratore, facendo volare la pistola nell'oscurità della galleria. Contemporaneamente, io afferrai Sara per un braccio e ci lanciammo verso la porta di servizio che portava alle scale esterne di via Marzia.
De Santis sparò un colpo in aria; il fragore nell'ambiente chiuso fu sordo e assordante, seminando il panico tra i due uomini della Moretti.
"Correte verso la stazione!" ci urlò De Santis mentre teneva sotto tiro il procuratore. "L'auto è parcheggiata fuori dall'uscita di Porta Eburnea! Le chiavi sono nel cruscotto!"
Uscimmo all'aria aperta sotto la pioggia battente che continuava a imperversare su Perugia. L'aria fredda della notte ci schiaffeggiò il viso, spazzando via l'odore di muffa e polvere dei sotterranei. Ci stipammo nella vecchia Alfa Romeo blu del maresciallo parcheggiata in divieto di sosta sul marciapiede. Stefano si mise alla guida, mentre io e Sara ci sistemammo sul sedile posteriore con Sofia stretta tra di noi.
Il motore ruggì e le ruote slittarono sul selciato bagnato prima di lanciarsi a tutta velocità giù per i tornanti che dal centro storico scendevano verso la zona della stazione di Fontivegge.
"Mamma, stai bene?" chiese Sara asciugandomi un rivolo di pioggia dal viso con la manica della sua maglia.
"Sto bene," dissi guardando mia nipote che piano piano stava riaprendo gli occhi. "Ma dobbiamo assicurarci che questa storia finisca stanotte. Non posso più vivere nel terrore."
"Finirà stanotte," disse Stefano specchiandosi nello specchietto retrovisore. "Nella cassetta 412 della stazione non ci sono solo i file audio di Elena. Ci sono anche i certificati di versamento dei conti esteri della Moretti e le perizie originali sulla stabilità dei viadotti dell'autostrada. Quando quei documenti saranno nelle mani della Procura Generale di Roma, nessuno potrà più insabbiare nulla."
In dieci minuti raggiungemmo la piazza della stazione di Fontivegge. Il piazzale era deserto, illuminato solo dai neon arancioni dei lampioni che si riflettevano sulle pozzanghere. L'edificio della stazione sembrava un gigante addormentato nel buio della periferia.
Stefano parcheggiò l'auto dietro un camion della manutenzione ferroviaria. Ci muovemmo a piedi verso l'ingresso dei depositi bagagli situati nel sotterraneo della stazione. Ogni ombra ci sembrava una minaccia, ogni rumore di motore in lontananza ci faceva trasalire.
Raggiungemmo la fila di casseforti in metallo grigio poste lungo il corridoio dei depositi temporanei. Stefano cercò la cassetta numero 412. Inserì la piccola chiave d'ottone recuperata dal peluche di Sofia e girò il meccanismo.
La porta in metallo scattò con un soffocato clic.
Dentro la cassetta c'era una busta di plastica gialla e un piccolo registratore a cassette degli anni duemila. Ma prima che Stefano potesse allungare la mano per prenderlo, il suono di un applauso lento e ritmico echeggiò nel corridoio deserto del deposito.
Dalle ombre del sottopassaggio dei binari non uscì il procuratore Moretti, ma una persona che mai avrei immaginato di vedere lì in quel momento.
Era mia sorella maggiore, Marta. Colei che per otto anni mi aveva confortato, colei che aveva pianto con me per la morte di Elena e che mi aveva spinto a dimenticare il passato.
"Brava Teresa," disse Marta con un sorriso gelido mentre impugnava una pistola elegante e cromata. "Sapevo che saresti stata l'unica a trovare la chiave."






