IL SEGRETO DI PERUGIA
News Story

IL SEGRETO DI PERUGIA

23 visualizzazioni

Il giorno seguente, una domenica luminosa e ventilata, ci mettemmo in viaggio verso la collina di Todi.

Le rovine del casolare di Elena erano state transennate dalla magistratura, ma la natura circostante stava già riprendendosi i suoi spazi. I rovi e i fiori di campo crescevano rigogliosi attorno alle pietre annerite dal fuoco dell'incendio di sei mesi prima.

Ci incamminammo lungo il sentiero che portava al grande leccio secolare che sovrastava la vallata del Tevere. Sotto quell'albero, quando eravamo bambine, io ed Elena avevamo sotterrato una piccola scatola di latta con i nostri sogni di ragazze.

Stefano portava una vanga in spalla, mentre Sara teneva in mano un piccolo vaso di terracotta contenente una pianta di ortensia bianca, il fiore preferito di mia sorella Elena.

Ci fermammo sotto la chioma imponente dell'albero. Il vento di maggio faceva frusciare le foglie con un suono dolce, simile a una carezza invisibile.

"È qui," dissi indicando la base del tronco dove le radici si intrecciavano nel terreno morbido.

Stefano scavo con delicatezza una piccola buca nel terreno. Poi Sara vi adagiò la pianta di ortensia bianca. Io mi inginocchiai sulla terra fresca e posai accanto alle radici una copia della sentenza del tribunale e la fotografia originale di Sofia che era arrivata nella mia cassetta della posta otto mesi prima.

"Elena," dissi a bassa voce, parlando al vento e alle colline dell'Umbria. "Abbiamo fatto quello che ci avevi chiesto. La verità è venuta fuori. Stefano è libero. Sara è a casa. E tua nipote Sofia crescerà sapendo quanto era coraggiosa la sua zia."

Sara si inginocchiò accanto a me, appoggiando la testa sulla mia spalla. Piansimo entrambe, ma stavolta non erano lacrime di rabbia o di disperazione. Erano lacrime di guarigione, il pianto dolce di chi ha attraversato la tempesta ed è finalmente arrivato in porto.

Stefano posò la mano sulla spalla di Sara, e Sofia si avvicinò mettendo un piccolo fiore selvatico al centro del vaso di ortensie.

"Ciao zia Elena," disse Sofia con la sua voce pura e cristallina, agitando la manina verso il cielo azzurro.

Sulla strada del ritorno verso Perugia, il panorama dell'Umbria si stendeva davanti a noi in tutta la sua bellezza mozzafiato. I borghi medievali arrampicati sulle colline, i campi di grano dorato e le distese di ulivi verdi parevano risplendere di una luce nuova, spogliati dalle ombre della corruzione e della violenza che li avevano oscurati per tanto tempo.

"Cosa farete adesso?" chiesi a Stefano e Sara mentre la camionetta viaggiava tranquilla verso casa.

"Non torniamo in Germania, mamma," disse Sara guardando il paesaggio dal finestrino. "Stefano ha riavuto la sua quota della società di ingegneria, ed è stato prosciolto da ogni accusa. Abbiamo deciso di ristrutturare la vecchia tipografia del papà a Perugia e trasformarla in uno studio di architettura e grafica."

"E abiteremo vicino a te, nonna!" aggiunse Sofia battendo le manine sul sedile.

Il mio cuore si riempì di una caldezza che non provavo da quasi un decennio. La casa in pietra del centro storico di Perugia non sarebbe più stata un luogo freddo, umido e pieno di fantasmi del passato. Sarebbe tornata ad essere la casa di una famiglia, piena di risate, di giochi e di vita.

Raggiungemmo la piazza di Perugia mentre le campane della cattedrale di San Lorenzo suonavano a festa per il vespro della domenica. La luce del tramonto tingeva le facciate dei palazzi antichi di un rosa caldo e avvolgente.

Ma mentre ci avvicinavamo al portone di casa mia, notai una figura seduta sulla panchina in pietra del vicolo. Un uomo alto, in giacca scura, che teneva tra le mani una busta bianca.

Il mio cuore ebbe un piccolo sobbalzo d'istinto, la vecchia paura che cercava di riaffiorare. Ma Stefano si fece subito avanti con fare protettivo.

L'uomo si alzò dalla panchina. Non era un aggressore, né un inviato della Moretti. Era un giovane avvocato milanese che portava con sé una valigetta in pelle.

"Signora Teresa Rossi?" chiese con rispetto.

"Sì, sono io," risposi facendomi avanti.

"Sono l'esecutore testamentario del Maresciallo De Santis," disse l'avvocato fornendo i suoi documenti. "Il maresciallo è deceduto ieri sera serenamente all'ospedale di Perugia. Prima di morire mi ha chiesto di consegnarle personalmente questa lettera e questo pacco."