IL SILENZIO DIETRO LE TENDE
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IL SILENZIO DIETRO LE TENDE

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Mi congelai sul posto, spegnendo all'istante la luce del telefono. L'oscurità nei sotterranei fu totale, assoluta, un buio sordo che sembrava pressare contro i miei bulbi oculari. Inghiottii il respiro, cercando di controllare il battito cardiaco che minacciava di tradire la mia posizione nell'eco cavernosa della galleria di mattoni.

Nel silenzio di tomba che seguì, affinai l'udito. Sopra il gocciolio costante dell'acqua, c'era un altro suono. Un suono viscido, strisciante, come di carne nuda che si trascinava a fatica sui mattoni umidi, accompagnato da un respiro roco e raschiante. Ssshh... clac... ssshh... clac...

La creatura si stava muovendo nell'oscurità a meno di dieci metri da me.

Piai la schiena contro la parete fredda della galleria, la pietra umida che mi inzuppava i vestiti. Sentivo il panico salire come una marea velenosa, ma sapevo che se avessi ceduto alla paura lasciando sfuggire un solo grido, la mia vita sarebbe finita lì, in quel canale dimenticato sotto la città.

Ripensai a ciò che Beatrice aveva scritto nel diario: l'entità cacciava principalmente attraverso la percezione visiva e la consapevolezza reciproca. Se non la guardavo e se riuscivo a nascondere la mia presenza mentale e visiva, la sua capacità di localizzarmi nell'oscurità fisica sarebbe stata limitata. Dovevo diventare invisibile non solo agli occhi, ma al pensiero stesso di essere una preda.

Chiusi gli occhi nell'oscurità totale, concentrandomi unicamente sul ritmo del mio respiro interno. Immaginai di essere parte della parete di pietra, un elemento inerte del canale sotterraneo.

Il rumore strisciante si avvicinò. Senti una vampata d'aria gelida e fetida investirmi il volto, un odore orribile di decomposizione e ferro ossidato. La creatura era direttamente davanti a me. Potevo sentire la pressione della sua presenza, una forza gravitazionale distorta che faceva girare la testa. Sento qualcosa di freddo e viscoso sfiorare la manica della mia giacca.

Trattenni il fiato fino a farmi dolere i polmoni. Le mie dita stringevano il manico del coltello con una forza tale che le nocche mi sbiancarono.

La creatura rimase immobile davanti a me per diversi secondi, secondi che sembrarono un'eternità sospesa nel tempo. Poi, emettendo un sordo grugnito di insoddisfazione, il rumore strisciante riprese, allontanandosi lentamente lungo la ramificazione destra del tunnel.

Aspettai che il suono svanisse del tutto prima di permettermi di espirare un filo d'aria. Aprii gli occhi, anche se nel buio peste non faceva alcuna differenza. In tastoni, utilizzando la parete di sinistra come guida, mi mossi con passi infinitamente lenti verso la direzione opposta a quella presa dall'entità.

Dopo una ventina di metri, la mia mano sinistra incrociò un'apertura nel muro di pietra: l'antico canale di scolo prosciugato indicato sulla mappa di Beatrice. Mi infilai nella stretta galleria circolare, costretta a procedere chinata per non battere la testa contro le voltine di mattoni.

Avanzai per una cinquantina di metri finché non impattai contro un ostacolo rigido: le sbarre di metallo dell'antica grata di ferro che delimitava il confine tra le fondamenta dei due edifici.

Estrassi di tasca la piccola torcia schermata con il filtro rosso e la accesi per un secondo. La grata era vecchia e arrugginita, ma i montanti erano spessi. Tuttavia, nella parte inferiore, l'umidità e i secoli avevano divorato la base di due sbarre, creando un varco stretto vicinissimo al suolo mudoso.

Senza perdere un attimo, mi sdraiai a pancia in giù nel fango e feci scivolare prima lo zaino e il coltello attraverso l'apertura, poi iniziai a strisciare me stessa attraverso il varco. Lo spazio era angusto; il metallo arrugginito mi graffiò la schiena e le spalle attraverso la giacca, strappando il tessuto e facendomi sobbalzare per il dolore. Ma spinsi con le gambe con tutte le mie forze finché non riuscii a passare dall'altra parte.

Mi rimisi in piedi a fatica, ripulendomi alla meglio il viso dal fango sotterraneo. Ero passata sotto il palazzo abbandonato.

L'atmosfera in questo settore dei sotterranei era diversa, ancora più opressiva. La pietra qui era scura, quasi nera, e le pareti erano ricoperte da una sottile patina di cristalli di sale che riflettevano la fioca luce rossa della mia torcia come migliaia di piccoli occhi luminosi.

Seguii la rampa di scale di pietra che saliva verso l'alto. La rampa terminava con una botola di legno marcito nel soffitto. Misi le spalle contro il legno e spinsi verso l'alto con tutte le forze. La botola cedette con un crepito secco, spalancandosi e lasciando cadere una pioggia di polvere e detriti.

Mi arrampicai oltre l'apertura e mi ritrovai nel seminterrato del palazzo di fronte.

La stanza era vasta, caratterizzata da alte campate di mattoni a vista. Al centro della sala, posizionato sopra un altare improvvisato fatto di casse di legno marcite e pietre sbozzate, c'era l'oggetto descritto nel diario di Beatrice: uno specchio ovale di ossidiana nera, alto quasi due metri, incorniciato da una struttura di bronzo finemente lavorata con incisioni di volti urlando.

La superficie dello specchio di pietra non rifletteva la stanza sotterranea. Invece, all'interno della sua superficie profonda e liquida, si muovevano immagini sfocate di tutte le finestre della nostra via, inclusa la finestra del mio salotto e quella dell'appartamento di Beatrice. Era la spia attraverso cui l'entità osservava l'intero quartiere.

Mi avvicinai all'altare con il cuore pieno di una feroce determinazione. Estrassi lo zaino e ne cavai fuori il coltello pesante, pronta a colpire la superficie della pietra nera.

Ma prima che potessi sferrare il colpo, una figura emerse dalle ombre dietro l'altare.

Era Beatrice. Ma non era più la marionetta catatonica che avevo visto sulle scale. I suoi occhi erano aperti, limpidi, tragicamente consapevoli. Ma la sua mano destra impugnava un frammento di vetro affilato puntato direttamente alla propria gola.

"Non farlo, Elena," disse Beatrice con la sua vera voce, piangendo lacrime di sangue che le solcavano il viso pallido. "Se distruggi lo specchio mentre l'Ombra è legata alla mia mente, la mia anima verrà distrutta insieme a lui. Per salvare te stessa... devi uccidere me."