Il suono degli ingranaggi era sordo e martellante, una vibrazione meccanica che faceva tremare le assi di legno sotto i nostri piedi. Ogni oscillazione del gigantesco pendolo nero al centro della stanza produceva un soffio d'aria fredda che odorava d'ozono e d'antico.
Mi avanzai di tre passi nella stanza circolare, posizionandomi tra il Curatore e Beatrice, che poggiava la schiena al telaio della porta per non crollare.
"La tua rete è finita," dissi con tono fermo, cercando di nascondere il tremore delle mie mani. "Sappiamo cosa fa questo Metronomo. Se lo fermiamo, tutti e sette gli Ancoraggi di Genova verranno distrutti."
Il Curatore sorseggiò con calma la sua bevanda dalla tazza di porcellana, poi la ripose con cura su un piccolo tavolino accanto allo scranno. Si alzò lentamente in piedi, appoggiandosi al bastone con il corvo d'argento. Quando si voltò verso di noi, il suo volto rivelò una verità ancora più orribile: la pelle del suo viso non era umana, ma una maschera di cera sottile attraverso cui si intravedevano ingranaggi di metallo e carne d'ombra sottostante.
L'uomo non era più un essere umano da secoli. Era diventato una parte integrante della macchina stessa.
"Fermare il Metronomo?" il Curatore accennò un riso secco, una sequenza di scatti metallici che uscivano dalla sua gola artificiale. "Mia cara ragazza, voi ignorate la natura del tempo e della percezione. Questo Metronomo non serve solo a mantenere attivi gli specchi. È ciò che impedisce a quello che sta sotto Genova di risalire in superficie. Se fermate il pendolo, gli specchi si infrangeranno, è vero... ma l'oscurità sotterranea non avrà più alcuna barriera. Ingoierà la città in pochi minuti."
"Menti!" intervenne Beatrice con voce tremante ma carica d'odio. "Usi la paura come scudo per proteggere la tua immortalità! Sei rimasto incatenato a questa macchina perché senza di essa non sei altro che polvere!"
L'espressione di cera del Curatore si contrasse in una smorfia di rabbia cieca. "Sciocche creature mortali! Non vi permetterò di distruggere il lavoro di quattro secoli!"
L'uomo sollevò il bastone d'argento e lo puntò contro di noi. Dall'impugnatura a forma di corvo si sprigionò un raggio di energia liquida e scura che si abbatté contro il pavimento a pochi centimetri dai miei piedi, spaccando le assi di legno e aprendo uno squarcio verso il vuoto sottostante.
Mi lanciai di lato per schivare il colpo, ruzzolando verso la struttura centrale che sosteneva il meccanismo del pendolo.
Il Curatore ruotò il bastone per colpirmi di nuovo, ma Beatrice, raccogliendo le sue ultime forze disperate, si scagliò contro di lui, afferrandogli il braccio con entrambe le mani e deviando il raggio d'energia verso il soffitto della stanza.
BOOM!
L'impatto del raggio contro le travi di sostegno della torretta fece crollare una pioggia di mattoni e ingranaggi d'ottone. L'uomo ringhiò con una voce del tutto meccanica, colpendola con un pugno di ferro e spingendo Beatrice a terra.
Approfittando della diversione creata da Beatrice, mi arrampicai sulla struttura metallica che sosteneva l'asse del pendolo. A meno di due metri da me, il grande cavo d'acciaio del Metronomo oscillava avanti e indietro sopra il pozzo buio.
Tra gli ingranaggi principali del meccanismo notai un grande cuneo di bronzo che regolava la velocità dell'oscillazione. Se fossi riuscita a incastrare un oggetto solido all'interno di quel cuneo, il meccanismo si sarebbe bloccato violentemente, spezzando il cavo d'acciaio e facendo precipitare il pendolo nel pozzo sotterraneo.
Ma non avevo oggetti di metallo abbastanza spessi, tranne...
Guardai il coltello da cucina che tenevo in mano. La lama era d'acciaio temperato, spessa mezzo centimetro. Poteva bastare a bloccare l'ingranaggio secondario per una frazione di secondo, quanto bastava per far saltare la catena di trasmissione.
"Elena! Attenta!" urlo Beatrice dal pavimento.
Mi girai d'impatto: il Curatore era salito sulla rampa di metallo dietro di me con una velocità disumana. La sua mano di cera si trasformò in una morsa di bronzo che mi afferrò la caviglia, cominciando a tirare verso il vuoto del pozzo.
"Non distruggerai il mio mondo!" ruggì il Curatore, i cui occhi di vetro azzurro emettevano ora una luce rossa minacciosa.
Sentii la presa d'acciaio spingermi verso il margine della piattaforma. La testa mi girava per la vertigine mentre guardavo l'oscurità infinita del pozzo sotto di me. Con un gesto di pura disperazione, usai la gamba libera per sferrare un calcio violento direttamente al volto del Curatore.
Il mio stivale colpì la maschera di cera. La copertura si spaccò in mille pezzi, rivelando il teschio di metallo e ombre sottostante. L'impatto gli fece perdere l'equilibrio per un secondo, allentando la presa sulla mia caviglia.
Senza perdere un attimo, mi spinsi in avanti sulla piattaforma, sporgendomi verso gli ingranaggi in movimento. Con un grido che racchiudeva tutta la rabbia e il terrore accumulati in quelle notti d'incubo, infilai la lama del pesante coltello da cucina direttamente tra i denti del grande ingranaggio d'ottone.
CRASH!
La lama d'acciaio si incastrò nel meccanismo. Gli ingranaggi emisero uno stridio assordante di metallo deformato, scintille espolsero in tutte le direzioni, e il gigantesco cavo del pendolo si spezzò con un sordo colpo di frusta.
Il pendolo di metallo nero da tre metri cadde nel vuoto del pozzo, portando con sé l'intera struttura di trasmissione.
L'orologio si fermò.
Un silenzio assoluto e irreale calò sulla Stanza del Tempo.
Poi, dal profondo del pozzo e da tutte le pareti di Genova, risuonò il suono di sette vetri giganteschi che si infrangevano simultaneamente.






