La voce che proveniva da dietro l'asciugamano non era un semplice suono acustico: era una vibrazione gelida che mi penetrò direttamente nel cranio, facendomi risuonare i denti in bocca. Il vetro dello specchio dietro la spessa spugna continuava a scricchiolare, un rumore di ragnatele di cristallo che si espandevano a ritmo frenetico.
Senza riflettere, mi Slanciai fuori dal bagno, sbattendo la porta alle mie spalle e bloccandola spingendo la lavatrice contro la maniglia. Il cuore mi batteva nel petto con una violenza tale da provocarmi un dolore acuto al costato. L'appartamento era completamente al buio, tranne per i deboli bagliori dei lampioni stradali che cercavano di filtrare attraverso i bordi delle pesanti tende di velluto del salotto.
Dovevo andare nelle cantine. Era l'unica possibilità di salvezza. Se l'indicazione del diario di Beatrice era corretta, il passaggio sotterraneo situato nei basamenti del nostro palazzo era l'unico modo per raggiungere il palazzo abbandonato e distruggere l'origine di quell'incubo senza dovere uscire sulla strada, dove l'entità avrebbe avuto il dominio assoluto su di me.
Afferrai lo zaino dalla sedia dell'ingresso, vi infilai all'interno il diario di Beatrice, la torcia del telefono, un mazzo di candele che avevo in cucina con un accendino, e strinsi con forza il coltello da cucina nella mano destra.
Spostai con uno sforzo enorme il mobile che avevo piazzato davanti alla porta d'ingresso, cercando di fare meno rumore possibile. Sbloccai i chiavistelli e aprii la porta sul pianerottolo.
Il corridoio del quarto piano era avvolto da una nebbia innaturale, densa e fredda, che sembrava scendere dal soffitto come vapore acqueo gelato. La luce del pianerottolo era completamente spenta. Muovendomi lungo le pareti con le spalle appiccicate al muro, iniziai la discesa verso i piani inferiori. Ogni gradino di marmo sembrava trasmettere una vibrazione sinistra.
Mentre scendevo le scale del secondo piano, sentii dei rumori provenire dal basso. Era un suono indistinto di mormorii, decine di voci sovrapposte che bisbigliavano parole in una lingua antica e incomprensibile, un latino arcaico mescolato a dialetto genovese del Seicento. Mi fermai, appiattendomi contro il corrimano di ferro battuto, e guardai verso la rampa sottostante.
Nel buio del piano terra, vicino al portone principale del palazzo, vidi una figura immobile. Era Beatrice. Era ferma al centro del corridoio, con le braccia distese lungo i fianchi e la testa piegata all'indietro con un'angolazione impossibile, quasi disarticolata. Dalla sua bocca spalancata uscivano quelle molteplici voci sovrapposte che risuonavano nel vano scale.
Attorno a lei, le ombre sulle pareti sembravano staccarsi dall'intonaco, allungandosi verso l'alto come arti sproporzionati che cercavano di toccare i gradini dove mi trovavo io.
"Elena..." mormorarono le voci uscite dalla gola di Beatrice, sintonizzandosi all'unisono. "Perché resisti? L'oscurità è solo l'assenza di finzione. Guarda attraverso la finestra... unisciti a noi."
Compresi che l'entità stava usando Beatrice come un faro per localizzarmi. Non potevo scendere attraverso il corridoio principale del piano terra senza essere vista. Dovevo trovare una via alternativa per raggiungere le cantine.
Ricordai che nei vecchi palazzi del centro storico di Genova esisteva spesso un secondo vano scale, più piccolo e stretto, utilizzato in passato dalla servitù o come uscita antincendio, che collegava i retro-appartamenti direttamente ai sotterranei. L'accesso a quelle scale secondarie si trovava solitamente vicino al vano dell'ascensore fuori servizio al primo piano.
Trattenendo il respiro, indietreggiai lentamente lungo i gradini, tornai al primo piano e mi inoltrai nel corridoio secondario che conduceva al vecchio ascensore. La porta di legno e vetro arrugginito dell'accesso di servizio era chiusa da un semplice paletto di ferro. Far scivolare il paletto richiedeva forza, ma la ruggine opponeva resistenza.
Il rumore del metallo che strideva risuonò come un colpo di pistola nel silenzio del palazzo.
Immediatamente, le voci sovrapposte al piano terra cessarono. Seguì un secondo di silenzio assoluto, e poi il rumore di passi rapidi, pesanti e disarticolati che cominciavano a salire le scale a velocità folle. Beatrice – o ciò che ne rimaneva – stava arrivando.
Con una spinta disperata d'adrenalina, forzai il paletto di ferro. La porta si aprì con uno schianto e io mi lanciai all'interno del condotto delle scale di servizio, richiudendo la porta un istante prima che una mano dalle dita lunghissime e scarnificate si abbattesse contro il vetro dall'altro lato.
Iniziai a scendere precipitosamente le scale di servizio, un pozzo stretto e buio pestone che puzzava di umidità e terra bagnata. Gli scalini di pietra grezza erano scivolosi per via della muffa. Scendevo quasi a tentoni, tenendo una mano sul muro e l'altra ben salda sul coltello.
Dopo una discesa che mi parve infinita, giunsi finalmente al livello più basso dell'edificio. Davanti a me si apriva una porta di legno massiccio rinforzata da fasce di ferro battuto, semiaperta. Oltre la porta si stendeva il labirinto delle cantine sotterranee di Genova: un intrico di gallerie di mattoni rossi e roccia scavata, risalenti al Medioevo, che si snodavano sotto le fondamenta dei palazzi della città.
Entrai nel sotterraneo, accendendo la torcia del telefono schermata con un pezzo di carta rossa che avevo trovato nello zaino per ridurre la luminosità al minimo. L'aria era gelida e densa di nebbia sotterranea. Tutt'intorno si udiva il gocciolio incessante dell'acqua che filtrava dalle antiche condotte fognarie.
Avanzai tra le arcate di pietra, consultando la mappa abbozzata che Beatrice aveva disegnato nelle ultime pagine del suo diario. Secondo il disegno, dovevo seguire il tunnel principale fino ad incrociare un antico canale di scolo prosciugato, svoltare a sinistra e superare una grata di ferro per trovarmi sotto le fondamenta del palazzo abbandonato di fronte.
Mentre camminavo con il cuore in gola, notai qualcosa per terra. Sul fango fresco del pavimento del tunnel c'erano delle impronte. Non erano impronte umane: erano solchi profondi, come se qualcuno avesse trascinato tre lunghi artigli sulla terra morbida. E le impronte erano fresche, piene d'acqua che ancora non si era stabilizzata.
La creatura non era solo sopra di me. Era già scesa nei sotterranei. E si trovava esattamente tra me e il passaggio per il palazzo abbandonato.






