L'ispettore Rossi mi osservava con un misto di sospetto e compassione mentre ripiegavo il foglietto tra le dita gelide. Il silenzio nella mia stanza era diventato soffocante, denso della presenza di una verità che mi sfuggiva del tutto. Il suo collega, un uomo più giovane dal volto scavato e dallo sguardo severo, perlustrava la stanza con gli occhi, come se cercasse un indizio nascosto tra le pieghe del divano o lungo le cornici delle finestre. La pioggia, intanto, continuava a picchiare contro i vetri con un ritmo implacabile, trasformando la vista di Genova in una macchia sfocata di grigio e di ombra.
«Signorina Elena», cominciò Rossi, la cui voce grave rompeva la monotonia della tempesta, «sappiamo che lei era l'unica persona con cui la signora Bianchi ha avuto un contatto negli ultimi giorni. I vicini dicono che non usciva mai, non riceveva visite, eppure ieri sera intorno alle ventitré e trenta qualcuno ha sentito dei passi pesanti lungo il pianerottolo. Lei ha sentito qualcosa?»
Inghiottii a fatica, sentendo la gola secca come sabbia. «Niente. Niente a parte il solito... il solito silenzio dopo che ha smesso di bussare. Lei mi aveva chiesto di tenere le tende chiuse. Mi ha detto che era fondamentale. Io non capivo, pensavo fosse pazza o spaventata da qualche male immaginario, ma adesso...» La mia voce sfumò in un sussurro tremante. Non potevo rivelare agli agenti la sensazione viscerale di essere osservata che mi attanagliava da quando mi ero trasferita in quell'edificio di via Chiodo, una stradina ripidissima che si arrampicava sulle colline sopra il porto.
Rossi prese un taccuino dalla tasca interna della giacca, prendendo nota con lentezza esasperante. «Un comportamento paranoico. La famiglia della signora Bianchi ci ha riferito che tre anni fa è stata protagonista di un evento traumatico. Lavorava come archivista presso la biblioteca universitaria centrale e, una notte, è rimasta bloccata all'interno dell'edificio durante un blackout. Quando i soccorsi la trovarono la mattina seguente, era in stato di catatonia. Non ha mai spiegato cosa sia successo in quelle ore buie, ma da allora ha iniziato a manifestare manie di persecuzione. Si convinceva che qualcuno la seguisse dal palazzo di fronte.»
Guardai d'istinto verso le mie finestre. Le tende pesanti di velluto scuro coprivano interamente la vetrata, impedendo a chiunque di sbirciare all'interno, ma allo stesso tempo trasformando il mio salotto in una prigione dorata. Che cosa c'era dall'altra parte della strada? La via era stretta, e gli edifici si fronteggiavano come giganti di pietra a pochi metri di distanza. La facciata del palazzo di fronte era vecchia, scrostata, con persiane che sembravano perennemente serrate, tranne una. Una finestra al terzo piano che, ricordai con un tuffo al cuore, non aveva mai avuto le scuri completamente chiuse.
«Ispettore», dissi d'impulso, spinta da un'angoscia improvvisa, «avete controllato l'appartamento di fronte? La finestra con la luce fioca che si intravede sempre tra le fessure?»
L'agente più giovane si voltò verso di me con un'espressione quasi divertita, ma Rossi rimase serio. «Quel palazzo è abbandonato da quasi dieci anni, signorina. È sotto sequestro giudiziario per via di un fallimento immobiliare. Non c'è nessuno lì dentro. L'elettricità è staccata dal 2015. Se vede delle luci, sono solo i riflessi dei lampioni della strada che si rifrangono sui vetri bagnati dalla pioggia.»
I due poliziotti continuarono il loro interrogatorio per un'altra mezz'ora, chiedendomi dettagli sui miei orari di lavoro, su chi frequentassi e se avessi notato figure estranee nel quartiere. Poi, con un freddo formale augurio di buona giornata, lasciarono l'appartamento, raccomandandomi di chiamarli immediatamente qualora avessi ricordato qualcosa di utile o avessi notato movimenti sospetti.
Rimasta sola, la casa mi parve ancora più grande ed estranea. Il ticchettio dell'orologio da parete riprese il suo dominio assoluto. Mi avvicinai lentamente alla porta d'ingresso e la chiusi con un doppio giro di chiave, inserendo anche la catena di sicurezza. Poi mi voltai verso il corridoio buio. Il pensiero di Beatrice sola, chissà dove, catturata da quella forza o da quell'uomo di cui parlava nel biglietto, mi stringeva lo stomaco in una morsa di senso di colpa. Avevo liquidato la sua disperazione come la follia di una vicina bizzarra, ma il suo bussare non era un'ossessione: era un grido d'aiuto, un modo per legarsi all'unico altro essere umano vivo in quel pianerottolo abbandonato.
Camminai a passi felpati verso il salotto. Le tende mi attiravano come un magnete irresistibile. Le parole dell'ispettore sul palazzo abbandonato avrebbero dovuto rassicurarmi, ma invece non avevano fatto altro che amplificare il mio terrore. Se non c'era elettricità, da dove proveniva quella debole luce giallastra che avevo notato più volte filtrare dalle fessure delle persiane del palazzo di fronte durante le notti di pioggia?
Mi posizionai al lato della finestra, facendo attenzione a non proiettare la mia ombra contro il tessuto chiaro. Con due dita, afferrai il bordo della tenda e lo spostai di un solo millimetro, creando una fessura minuscola attraverso cui guardare fuori. La pioggia cadeva ora con meno violenza, trasformandosi in una foschia fitta che avvolgeva i tetti di Genova. La facciata dell'edificio di fronte appariva cupa, le sue finestre come orbite vuote di un teschio gigantesco.
Fissai il terzo piano. La finestra era lì, scura, sormontata da un cornicione sgretolato. Per diversi minuti non si mosse nulla. Stavo per lasciar andare la tenda, tirando un sospiro di sollievo, quando un dettaglio mi fece gelare il sangue nelle vene. Dietro il vetro sporco della finestra di fronte, a non più di quindici metri da me, scorsi un movimento leggero. Non era un riflesso. Una figura alta, completamente avvolta in un cappotto scuro, era in piedi esattamente dietro la finestra. Non si muoveva, non respirava apparentemente. Guardava verso la mia direzione.
Ma la cosa più orribile non fu la presenza di quell'ombra. Fu il fatto che, nonostante la distanza e la penombra, la figura teneva in mano un paio di lunghi binocoli da teatro, puntati esattamente sulla mia finestra. E nell'istante preciso in cui la mia palpebra tremò per lo spavento, l'ombra abbassò lentamente il binocolo, rivelando un volto del tutto privo di lineamenti somatici, e alzò un dito lungo e magro verso le proprie labbra, imponendomi un silenzio assoluto, prima di indicare con l'altra mano la porta d'ingresso della mia casa.






