IL SILENZIO DIETRO LE TENDE
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IL SILENZIO DIETRO LE TENDE

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Un urlo soffocato mi esplose in gola mentre mi girai d'impatto, brandendo il coltello da cucina di fronte a me con entrambe le mani. Ma nell'angolo buio della cucina non c'era nulla. L'oscurità era immobile, densa e silenziosa. Fissai il vuoto per diversi secondi, il respiro affannato che rimbombava nel piccolo appartamento di Beatrice, prima di rendermi conto della terrificante realtà: la creatura non si trovava direttamente dietro di me nella stanza, ma la sua immagine continuava ad essere visibile chiaramente nello specchio.

Era una visione indiretta, un'anomalia ottica che sfidava ogni legge della fisica. L'entità esisteva solo attraverso i riflessi e la percezione, un'ombra tangibile che si nutriva della consapevolezza delle sue vittime. Ricordai le parole lette sul diario di Beatrice: «È un parassita della percezione. Se lo vedi, lui ti vede.»

Senza voltarmi di nuovo verso lo specchio, indietreggiai lentamente verso il tavolino dove si trovava il diario. Le mie dita tastarono la superficie di legno fino a trovare il quaderno dalla copertina di pelle logora. Lo afferrai e lo infilai sotto la giacca, mantenendo il coltello puntato verso la direzione della cucina.

L'orologio da polso che indossavo emise un debole segnale acustico: le 23:55.

Nello stesso istante, dal pianerottolo fuori dalla porta di Beatrice, risuonò il rumore che avevo imparato a temere e ad attendere ogni notte.

Toc. Toc.

Due colpi secchi. Distinti. Metodici.

Il terrore mi paralizzò le gambe. Se io ero dentro l'appartamento di Beatrice e Beatrice era scomparsa, chi diavolo stava bussando alla porta dall'esterno?

Mi avvicinai lentamente alla porta d'ingresso dell'appartamento di Beatrice, facendo attenzione a non far scricchiolare il pavimento ricoperto di fogli. Appoggiai l'occhio allo spioncino. Quello che vidi non fu la figura spettrale della creatura, ma la sagoma di Beatrice stessa. Era lì, sul pianerottolo, vestita con lo stesso pigiama e cardigan logoro del nostro primo incontro. Ma il suo volto era del tutto privo di espressione, gli occhi vitrei, come se fosse in uno stato di sonnambulismo profondo o sotto il controllo di una forza invisibile.

Beatrice alzò la mano e bussò di nuovo.

Toc. Toc.

Poi, con una voce priva di qualsiasi inflessione umana, un tono metallico e monocordo che non apparteneva a lei, sussurrò verso la porta chiusa della mia casa: "Tenga le tende chiuse. E non mi chieda mai perché."

Capii in quel preciso momento la verità agghiacciante: Beatrice non stava più agendo di sua iniziativa. Era diventata un involucro, una marionetta utilizzata dall'entità per mantenere l'illusione del rituale, per costringermi in una gabbia di paura finché la creatura non fosse stata pronta ad assimilare anche me. L'entità usava il senso di protezione di Beatrice come un'arma psicologica per tenermi bloccata nel mio appartamento.

La sagoma di Beatrice si voltò lentamente e cominciò a camminare verso le scale, muovendosi con passi rigidi e innaturali. Scomparve nell'oscurità del vano scale che portava verso i piani inferiori e il basamento del palazzo.

Dovevo agire. Se fossi rimasta in quell'appartamento, sarei stata trappola facile per l'entità che continuava a manifestarsi negli specchi. Dovevo leggere il resto del diario di Beatrice per capire come spezzare la catena di quel terrore.

Uscii con cautela dall'appartamento di Beatrice, lasciando la porta accostata, e mi affrettai a rientrare nella mia casa. Chiusi la porta, inserii tutti i chiavistelli e spostai persino un pesante mobile d'ingresso contro il pannello di legno per creare una barriera supplementare.

Mi rifugiai nel bagno, l'unica stanza del mio appartamento che non aveva finestre rivolte verso l'esterno. Chiusi la porta, accesi la luce neon dello specchio sopra il lavabo – assicurandomi prima di coprire lo specchio del bagno con un asciugamano spesso per evitare riflessi pericolosi – e mi sedetti sul pavimento con il diario di Beatrice tra le mani.

Iniziai a sfogliare le pagine scritte con frenesia. Il racconto di Beatrice cominciava tre anni prima, proprio durante la sua esperienza alla biblioteca universitaria.

«12 Novembre – Non era un semplice blackout», scriveva Beatrice. «Qualcosa si è risvegliato negli archivi sotterranei della biblioteca, tra i faldoni dimenticati del XVII secolo riguardanti le epidemie di peste a Genova e i rituali di isolamento usati dalle confraternite oscure. Hanno evocato un'Ombra, un 'Guardiano del Limite', una creatura creata per osservare e consumare la mente di chiunque infranga il confine tra il mondo visibile e ciò che giace oltre. L'Ombra non può entrare in una casa a meno che non le si permetta di vedere l'interno attraverso una finestra o uno specchio aperto.»

Scorsi diverse pagine piene di schemi, formule e mappe della città. Poi la mia attenzione fu catturata da un'annotazione recente, datata a tre giorni prima:

«Ho scoperto la verità sul palazzo di fronte. Non è abbandonato per fallimento immobiliare. È la tana dell'Ombra. Lì si trova il suo punto di ancoraggio materiale, un antico specchio di ossidiana custodito nel seminterrato dell'edificio sequestrato. Finché quello specchio rimane intatto, l'Ombra può viaggiare attraverso ogni superficie riflettente di questa via e manifestarsi a chiunque incroci il suo sguardo. Se voglio liberare la mia vita e quella della ragazza del 4B, devo distruggere lo specchio di ossidiana. Ma per entrare nel palazzo di fronte c'è un solo modo: passare attraverso i vecchi tunnel sotterranei dei vicoli di Genova che collegano le cantine dei nostri palazzi.»

Trattenni il respiro. C'era una speranza, una via d'uscita. Ma mentre stavo per leggere l'ultima pagina, la luce al neon del bagno cominciò a sfarfallare violentemente.

Dall'interno dell'asciugamano che copriva lo specchio del lavabo risuonò un suono nitido e terrificante: il rumore di un vetro che si incrina lentamente sotto una pressione enorme. E poi, una voce sussurrò da dietro il tessuto: "Ti ho trovata, Elena."