Il respiro mi si bloccò nella gola. La mano deforme rimase immobile per qualche secondo di fronte allo spioncino, come a volersi assicurare che io stessi guardando. Poi, con una lentezza disumana, le dita si aprirono, lasciando cadere il foglietto di carta sul pavimento del pianerottolo, proprio davanti alla mia soglia. Un istante dopo, il braccio si ritrasse nell'oscurità profonda del vano scale, scomparendo senza produrre alcun suono di passi o movimento d'aria.
Rimasi immobile, addossata alla porta, con la fronte premuta contro il legno freddo. Il terrore mi paralizzava ogni muscolo. Volevo urlare, volevo scappare, ma sapevo che se avessi fatto un solo passo falso, qualunque cosa si nascondesse nell'ombra delle scale mi avrebbe azzannata prima che potessi raggiungere la strada.
Trascorsero dieci minuti che parvero secoli. Il silenzio sul pianerottolo era totale, un silenzio denso e innaturale che sembrava soffocare ogni rumore della città. Alla fine, spinta da una disperata necessità di sopravvivenza, decisi di agire. Lentamente, con le mani che tremavano in modo sconsiderato, girai la chiave nella serratura cercando di non far scattare i ingranaggi. Sbloccai la catena di sicurezza ed aprii la porta solo di pochi centimetri, quanto bastava per allungare il braccio all'esterno.
La mia mano brancolò nel buio sul pavimento di graniglia fredda finché i polpastrelli non toccarono la carta ruvida del biglietto. Lo afferrai e ritrassi il braccio immediatamente, riposizionando i chiavistelli con una frenesia dettata dal panico. Rientrai nel salotto al buio e accesi la piccola torcia del mio cellulare, schermandola con la palma della mano per proiettare solo un fioco fascio di luce sul foglietto.
Sul pezzo di carta strappato, scritto con un inchiostro nero denso e sbavato, c'era un unico messaggio:
«Lei ha guardato. Ora lui sa che lei sa. Entri da me prima che sia mezzanotte. La chiave è sotto il vaso di felci.»
La grafia era inequivocabile: era la stessa grafia tremolante del biglietto di Beatrice che mi aveva mostrato l'ispettore Rossi. Beatrice era ancora viva? O quel messaggio era una trappola orchestrata dalla creatura che infestava il nostro edificio per attirare anche me nell'oscurità?
Guardai l'orologio sullo schermo dello smartphone: le 23:15. Mancavano solo quarantacinque minuti a mezzanotte. Il rituale di Beatrice, quel bussare misterioso che mi aveva tormentato per settimane, avveniva sempre alle 23:55. Se c'era una speranza di capire cosa stesse accadendo e di salvarmi la vita, dovevo scoprire cosa nascondeva l'appartamento di Beatrice.
Mi infilai un paio di scarpe da ginnastica dal fondo morbido per non fare rumore e afferrai un pesante coltello da cucina dal cassetto della credenza. Con la torcia del telefono ancora schermata e il cuore che battere all'impazzata, mi riavvicinai alla porta d'ingresso. Aprii di scatto e uscii sul pianerottolo, richiudendo la porta alle mie spalle senza far scattare la serratura.
L'oscurità del corridoio era quasi assoluta. L'aria era fredda, impregnata di un odore acre e stantio che non avevo mai sentito prima, simile a muffa e zolfo. Feci due passi verso la porta di Beatrice, situata proprio di fronte alla mia. Accanto alla sua soglia c'era un piccolo vaso di terracotta con una felce ormai secca e appassita. Mi chinai con cautela, mantenendo il coltello puntato verso il buio delle scale, e cercai sotto il vaso. Le mie dita toccarono un metallo freddo e sagomato: la chiave.
Afferrai la chiave, la inserii nella serratura della porta di Beatrice e la girai. La porta si aprì con un cigolio impercettibile, rivelando l'interno dell'appartamento della mia vicina.
Entrai rapidamente e mi chiusi la porta alle spalle. L'appartamento di Beatrice era immerso in un disordine allucinante. Fogli di carta coprivano il pavimento, ricoperti di schizzi a matita, simboli incomprensibili e date che risalivano a diversi anni prima. Ma quello che attirò subito la mia attenzione fu la struttura del salotto.
Tutte le finestre dell'appartamento erano coperte non solo da tende spesse, ma da assi di legno chiodate direttamente ai telai delle pareti. Nemmeno un raggio di luce esterna poteva filtrare. Tuttavia, al centro della stanza, c'era qualcosa di ancora più strano: un enorme specchio da parete era stato posizionato di fronte alla finestra principale, inclinatamente in modo da riflettere un piccolo foro praticato in una delle assi di legno.
Mi avvicinai allo specchio. Sul vetro erano tracciate con il pennarello rosso delle linee di puntamento che convergevano tutte verso un unico punto rifratto dal foro dell'asse: la finestra del terzo piano del palazzo abbandonato dall'altra parte della strada.
Vicino allo specchio, su un tavolino da fumo, c'era un diario aperto. Sulla pagina datata al giorno precedente si leggeva:
«L'Ombra della Finestra non è un uomo. È un parassita della percezione. Vive negli spazi dimenticati e caccia attraverso lo sguardo. Se lo vedi, lui ti vede. Se sa che ti sei accorto di lui, comincia a muoversi verso di te. Ho cercato di proteggere la ragazza del 4B bussando ogni notte alle 23:55 per assicurarmi che chiudesse tutto e non guardasse fuori. Ma stasera l'ho visto scendere dal palazzo di fronte. Sta attraversando la strada. È entrato nel nostro pianerottolo. L'unico modo per fermarlo è...»
La frase si interrompeva bruscamente con una macchia di sangue fresco ancora appiccicoso. Un brivido mi congelò il sangue. Sollevai lo sguardo verso il diario e poi verso lo specchio. Nel riflesso dello specchio, proprio dietro di me, nell'angolo buio della cucina di Beatrice, scorsi la sagoma alta ed emaciata che avevo visto dalla finestra, i cui occhi vuoti brillavano nell'oscurità mentre il suo braccio lungo si sollevava verso la mia gola.






