Il cuore mi si fermò nel petto, un colpo sordo che mi lasciò senza fiato. Feci un balzo all'indietro, lasciando andare il lembo della tenda che ricadde pesantemente al suo posto, oscurando di nuovo la stanza. Il respiro mi usciva a scatti, corto e rumoroso, mentre indietreggiavo fino a far battere la schiena contro la parete opposta del salotto. Le mie mani tremavano in modo incontrollabile. Quell'essere, quella silhouette irreale e spaventosa, mi stava guardando. Sapeva che ero dietro la tenda. Sapeva che stavo osservando.
Un brivido gelato mi percorse la spina dorsale quando ripensai all'ultimo gesto della figura: l'indice alzato sulla bocca per chiedermi di stare zitta, e poi la mano che indicava la mia porta d'ingresso. Cosa significava? Che si trovava già dentro il mio palazzo? O che stava per attraversare la strada per venire da me?
In preda a un panico cieco, afferrai lo smartphone dal tavolo del soggiorno. Le mie dita scivolavano sullo schermo digitale ricoperto di sudore freddo. Digitai il numero di emergenza dell'ispettore Rossi, che mi aveva lasciato il suo biglietto da visita prima di andarsene. Il telefono squillò una, due, tre volte. Ogni squillo sembrava durare un'eternità, un'eco metallica che rimbalzava nel silenzio irreale della mia stanza.
«Pronto, Rossi», rispose infine la voce burbera del poliziotto.
«Ispettore! Sono Elena, Elena Rinaldi! La vicina di Beatrice!» urlai a bassa voce, cercando di non farmi sentire oltre la porta d'ingresso. «C'è qualcuno nel palazzo di fronte! L'ho visto! Mi stava guardando con un binocolo, mi ha fatto segno di stare zitta e poi ha indicato la mia porta! Vi prego, dovete tornare subito!»
Ci fu un momento di silenzio dall'altra parte della linea, interrotto solo dal fruscio di carte. Poi Rossi sospirò, un sospiro stanco che tradiva una profonda frustrazione. «Signorina Rinaldi, capisco perfettamente il suo stato di agitazione. Scomparse come quella della signora Bianchi creano un forte stress emotivo nei vicini di casa. Ma le assicuro che la nostra pattuglia ha appena effettuato un controllo esterno dell'edificio di fronte prima di rientrare in centrale. Non ci sono accessi aperti, le catene ai portoni sono intatte e non c'è traccia di intrusione. Quello che ha visto era probabilmente un'ombra proiettata dalle nuvole o un effetto ottico causato dalla pioggia sui vetri.»
«No! Non era un'ombra! Era un uomo! O qualsiasi cosa fosse!» protestai, la voce che mi si spezzava per la disperazione. «Vi prego, mandate qualcuno a controllare!»
«Invierò una volante di pattuglia ad effettuare un giro nella via tra mezz'ora», disse Rossi con un tono di voce piatto, chiaramente poco convinto. «Nel frattempo, le consiglio di riposare e di non guardare più fuori dalle finestre. Se la signora Bianchi soffriva di allucinazioni o di uno stato d'ansia grave, è facile che l'ambiente suggestionabile stia influenzando anche lei. Tenga le tende chiuse se questo la fa sentire più tranquilla, e cerchi di rilassarsi.»
La chiamata si interruppe. Fissai lo schermo del telefono con un misto di rabbia e terrore purissimo. Nessuno mi avrebbe aiutato. Per la polizia ero solo una donna isterica spaventata dal temporale e dalla scomparsa di una vicina stravagante. Ero completamente sola.
Mi accovacciai sul pavimento del soggiorno, ripiegando le ginocchia al petto. L'orologio segnava le quattro del pomeriggio, ma l'oscurità invernale stava già inghiottendo Genova. La casa divenne gradualmente buia, ma non osai accendere le luci. E se le luci accese avessero proiettato la mia sagoma contro le tende, rivelando ogni mio minimo movimento all'essere dall'altra parte della strada?
Il tempo cominciò a scorrere con un lentezza agonia. Ogni minimo scricchiolio del parquet mi faceva sussultare. Il vento soffiava tra i vicoli stretti, creando un ustepido lamento che sembrava una voce umana che sussurrava il mio nome. Ricordai le parole del biglietto di Beatrice: «Lui è qui. Non aprite le tende. Non fategli vedere che ci siete.» Beatrice sapeva. Aveva scoperto il segreto di quell'osservatore invisibile, ed era stata punita per questo. O forse si era arresa?
Verso le otto di sera, la fame e la sete iniziarono a farsi sentire, ma la paura era un freno troppo potente. Non potevo muovermi dal mio rifugio tra il divano e la parete. Poi, improvvisamente, sentii un rumore provenire dal pianerottolo.
Non era il solito scricchiolio dell'edificio vecchio. Era un suono metallico, stridente. Qualcuno stava strofinando qualcosa di affilato contro la superficie di legno della mia porta d'ingresso.
Un brivido d'orrore mi pietrificò. Mi strisciai lentamente lungo il pavimento, cercando di non fare il minimo rumore, fino a raggiungere il corridoio. Il suono continuava: Scratch... scratch... scratch... Un ritmo lento, deliberato, quasi carezzevole. Qualcuno stava incidendo il legno dall'esterno.
Mi avvicinai al portone con il cuore che mi rimbombava nelle orecchie come un tamburo di guerra. Appoggiai l'orecchio al pannello di legno freddo. Oltre la porta, non si sentiva alcun respiro, nessun rumore di passi, nessun movimento di vestiti. Solo quel graffio continuo e metodico.
Troai il coraggio di sollevare la placca di metallo che copriva il spioncino della porta per guardare fuori. Mi accostai con l'occhio tremante.
Il pianerottolo era completamente al buio. La luce con sensore di movimento si era spenta. Ma nella penombra visibile solo grazie alla fioca luce che saliva dalla rampe di scale sottostanti, scorsi qualcosa. Non c'era un uomo in piedi davanti alla mia porta. C'era un braccio, lungo, sproporzionato, che emergeva dall'oscurità dell'angolo delle scale e allungava una mano dalle dita lunghissime munite di unghie affilate, che scanalavano la mia porta con precisione chirurgica. E mentre guardavo pietrificata dall'orrore, la mano smise di graffiare, si girò palmo verso lo spioncino, e rivelò un piccolo biglietto piegato incastrato tra le sue dita.






