I piccoli parassiti d'ombra strisciavano sui mattoni del seminterrato con un fruscio che ricordava il movimento di migliaia di scarafaggi. Avanzavano rapidamente, restringendo il cerchio attorno a me e Beatrice. La cera d'api delle candele sull'altare si stava esaurendo, e le fiamme sfarfallavano debolmente sotto la spinta di un vento gelido che soffiava dalle cavità del soffitto.
"Elena... le candele non dureranno..." ansimò Beatrice, cercando di mettersi in piedi appoggiandosi alla mia spalla.
"Non moriremo qui dentro!" ruggii con la forza della disperazione.
Afferrai il sacchetto di tela contenente il resto del sale benedetto e ne sparsi una generosa manciata in cerchio attorno a noi due, creando una barriera temporanea. Le ombre striscianti si arrestarono ai margini della linea di sale, sibilando e contorcendosi come se toccassero ferro rovente, ma la loro massa aumentava ogni secondo, spingendo per superare l'ostacolo.
"Dobbiamo salire!" dissi a Beatrice, passandole un braccio attorno alla vita per sostenerla. "L'uomo con il bastone è salito verso i piani superiori. È l'unica via d'uscita!"
Ci avviammo a passi rapidi ma incerti verso la rampa di scale di pietra da cui era sceso il vecchio Curatore. Beatrice dragava le gambe con fatica, ma la determinazione nei suoi occhi le dava una forza inaspettata.
Salimmo i gradini mentre dietro di noi il cerchio di sale veniva lentamente sommerso dalla marea di parassiti d'ombra. Giunti in cima alla rampa, attraversammo una pesante porta di ferro scardinata e ci ritroviamo nell'atrio principale del palazzo abbandonato.
L'atrio era grandioso quanto spettrale. Soffitti alti affrescati con dipinti del Settecento ormai rovinati dall'umidità e dalle crepe, enormi lampadari di cristallo ricoperti di ragnatele e una grande scalinata di marmo che si divideva in due rampe verso i piani superiori. Ma la cosa più spaventosa era la luce: dalle alte finestre dell'atrio non entrava la luce del sole né la fioca illuminazione stradale. I vetri erano completamente coperti dall'esterno da una sostanza nera e opaca, come se l'intero palazzo fosse stato incapsulato in un guscio d'oscurità solida.
Il portone d'ingresso principale dell'edificio era di fronte a noi, rinforzato da spesse sbarre di ferro incrociate e chiuso da tre enormi lucchetti arrugginiti.
Mi lanciai verso il portone, afferrando le catene e scuotendole con violenza disperata.
CLANG! CLANG!
Il metallo non cedette di un millimetro. I lucchetti erano bloccati da incantesimi di vincolo simili a quelli dello specchio; la ruggine era solo una copertura per una magia antica e perversa.
"Non si aprirà dall'interno senza la chiave del Curatore," disse Beatrice guardando verso la grande scalinata di marmo. "È salito ai piani alti. Il palazzo è la sua fortezza."
"Allora saliamo anche noi e ci prendiamo quella chiave," risposi, guardando la lama del coltello da cucina che tenevo ancora saldamente in mano. Non ero più la ragazza spaventata che si nascondeva dietro le tende del proprio appartamento. La paura si era trasformata in un odio puro e incandescente verso chi aveva trasformato le nostre vite in un incubo.
Iniziammo a salire la scalinata di marmo. Ogni gradino scricchiolava sotto il nostro peso, facendo risuonare echi inquietanti lungo i corridoi deserti del palazzo.
Giunte al primo piano, ci trovammo di fronte a un lungo corridoio affiancato da dozzine di porte di legno finemente intagliate. Ognuna delle porte recava una targhetta di ottone con incisa una data e un nome di persona.
Mi fermai davanti a una delle porte. La targhetta diceva: 14 Maggio 1998 – Marco Rossi.
"Sono le vittime..." mormorò Beatrice, sfiorando l'ottone con le dita tremanti. "Tutti coloro che sono stati consumati dagli Ancoraggi nel corso dei decenni. Il Curatore conserva i loro ricordi e la loro energia vitale in queste stanze."
Dall'interno di alcune di quelle porte giungevano suoni soffocati: lamenti, colpi leggeri contro il legno, voci che sussurravano richieste di aiuto. Il palazzo era un enorme mausoleo di anime intrappolate.
Improvvisamente, la voce dell'anziano risuonò nel corridoio, amplificata come se provenisse da tutte le pareti contemporaneamente.
"Cercate una via d'uscita, signorine? O cercate la vendetta? La vendetta è un sentimento così volgare e umano. Non capite che quello che io faccio è necessario? Senza il nutrimento che questo palazzo fornisce all'Ombra, il velo che separa Genova dalle voragini sotterranee si squarcerebbe, e la città verrebbe inghiottita dal vuoto in una sola notte."
"Sei solo un parassita che si nasconde dietro giustificazioni filosofiche per il proprio potere!" urlai verso il soffitto. "Mostrati!"
"Se desiderate il mio incontro, dovete salire all'ultimo piano," replicò la voce del Curatore, ridendo freddamente. "Nella Stanza dell'Orologio. Lì si trova il cuore del palazzo. Ma affrettatevi: i miei custodi stanno per riorganizzarsi."
Lungo il corridoio, le porte con le targhette d'ottone cominciarono ad aprirsi simultaneamente con un crepito sinistro.
Dalle stanze buie emersero figure umane spettrali, i corpi grigi e traslucidi delle precedenti vittime del palazzo, i cui volti erano contratti in maschere di perenne sofferenza. Gli occhi delle spettri si fissarono su di noi, e con movimenti rigidi e coordinati cominciarono ad avanzare per sbarrarci la strada verso le scale del piano superiore.






