IL SILENZIO DIETRO LE TENDE
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IL SILENZIO DIETRO LE TENDE

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Gli spettri avanzavano in silenzio, le loro sagome eteree che fluttuavano leggermente sopra il pavimento di parquet marcito. Non avevano armi, ma l'aria attorno a loro era talmente fredda da congelare il vapore del nostro respiro e far brinare i muri del corridoio. Sapevo che il semplice contatto con quelle figure avrebbe prosciugato il calore corporeo e la volontà di vivere di chiunque.

"Non sono reali, Elena!" mi disse Beatrice, afferrandomi la manica. "Sono solo involucri d'energia residua mantenuti in vita dalla volontà del Curatore! Non dobbiamo combatterli, dobbiamo spezzare la loro concentrazione!"

"E come?!" chiedi indietreggiando fino al pianerottolo delle scale, con il coltello che si rivelava del tutto inutile contro entità incorporee.

"Il diario! Nel diario ho annotato il simbolo della 'Dissoluzione del Ricordo'! Dobbiamo tracciarlo nell'aria con una fonte di luce purificata!"

Beatrice afferrò la torcia con il filtro rosso dalle mie mani. Con un gesto rapido, strappò via il filtro di carta rossa, rilasciando il raggio di luce bianca e potente del LED del mio smartphone. Poi, muovendo il telefono con precisione e velocità straordinarie, cominciò a tracciare nell'aria buia del corridoio una complessa figura geometrica: un cerchio intersecato da tre linee diagonali.

La luce del LED lasciò un'impronta luminosa nell'aria, come se il raggio stesse incidendo la retina del buio stesso.

Quando Beatrice completò il simbolo, pronunciò a gran voce un'antica parola d'ordine che aveva studiato nei testi della biblioteca: "Solvatur!"

Il simbolo luminoso tracciato nell'aria esplose in un lampo di luce nitida. Le figure spettrali colpite dal raggio si fermarono all'istante. I loro volti contratti dal dolore si distesero in espressioni di serenità improvvisa. Una ad una, le sagome grigie cominciarono a dissolversi in una pioggia di scintille luminose che svanirono nell'aria stantìa del corridoio, finalmente libere dalla prigione del Curatore.

Le porte delle stanze si riposizionarono sbattendo con violenza, e il corridoio tornò ad essere silenzioso.

Beatrice crollò in ginocchio, ansimando pesantemente per lo sforzo mentale. "Non... non potrò farlo una seconda volta, Elena. Ho usato le mie ultime energie spirituali."

"Hai fatto abbastanza," le dissi, aiutandola a rialzarsi. "Ora tocca a me finire questa storia."

Superammo i resti disciolti degli spettri e ci dirigemmo verso la rampa di scale a chiocciola in ghisa che conduceva all'ultimo piano dell'edificio: la Stanza dell'Orologio.

Mentre salivamo i gradini di metallo che rimbombavano sotto i nostri passi, dal mio zaino scivolò fuori il diario di Beatrice, aprendosi su una pagina che non avevo ancora letto. Mi fermai un secondo per raccoglierlo, e la mia attenzione fu catturata da un disegno a tutta pagina che non era stato tracciato da Beatrice.

Era un disegno antico, tracciato con inchiostro sbiadito dal tempo, raffigurante la pianta topografica del centro storico di Genova.

Sulla mappa erano segnati sette punti rossi disposti secondo una precisa figura geometrica che ricalcava la costellazione dell'Orsa Maggiore. Ogni punto rosso corrispondeva a un palazzo storico o a una chiesa sconsacrata della città.

Sotto il disegno c'era una nota scritta in latino con una grafia elegante:

«I Sette Ancoraggi dell'Ombra. Finché il Metronomo Centrale situato nella Stanza dell'Orologio di Via Chiodo continua a battere il tempo, la rete rimane indivisibile. Distruggere il Metronomo significa spezzare il circuito di tutti e sette gli specchi contemporaneamente.»

Trattenni il fiato. Non avevamo di fronte solo il proprietario di un singolo palazzo maledetto. La Stanza dell'Orologio in cui stavamo per entrare era il centro di controllo di tutta la rete che infestava Genova! Se fossimo riuscite a distruggere il meccanismo centrale, avremmo liberato non solo noi stesse, ma l'intera città dalla minaccia dell'Ombra.

"Beatrice, guarda!" le mostrai la pagina.

Beatrice lesse la nota con gli occhi sgranati dalla sorpressa. "Il Curatore non sta proteggendo solo la sua casa... sta mantenendo in funzione l'intera macchina! Elena, dobbiamo distruggere il Metronomo a tutti i costi!"

Salimmo gli ultimi gradini con una nuova foga. Giunte in cima alla rampa di ghisa, ci trovammo di fronte a una doppia porta di legno di noce scuro decorata con ingranaggi di bronzo in movimento.

Spinsi le porte, che si aprirono senza opporre resistenza.

La Stanza dell'Orologio era uno spazio circolare immenso situato sotto la torretta del palazzo. Le pareti erano dominate da giganteschi ingranaggi d'ottone e di ferro che giravano con un ritmo cadenzato e ipnotico: TIC... TAC... TIC... TAC...

Al centro della stanza, sospeso sopra un pozzo buio che sembrava scendere fino alle viscere della terra, c'era un enorme pendolo di metallo nero lungo più di tre metri che oscillava da un lato all'altro con regolarità spaventosa.

Di fronte al pendolo, seduto su un alto scranno di legno intagliato, ci attendeva il Curatore. Nella mano sinistra teneva una tazza di porcellana fumante, mentre con la destra impugnava il suo bastone con il corvo d'argento.

"Siete in ritardo per il tè, signorine," disse l'uomo senza nemmeno voltarsi verso di noi. "Ma vedo che avete trovato la mappa del mio capolavoro."