IL SILENZIO DIETRO LE TENDE
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IL SILENZIO DIETRO LE TENDE

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Il blocco improvviso degli ingranaggi provocò una reazione a catena devastante. Senza il ritmo del Metronomo a regolare l'energia dell'Ombra, il palazzo abbandonato cominciò a disintegrarsi letteralmente dall'interno. Le travi di legno del soffitto si spaccavano con boati simili a detonazioni d'artiglieria, e vaste porzioni di intonaco ed affreschi cadevano nel pozzo centrale.

Il Curatore emise un lamento che non era più umano né meccanico, ma un suono di puro terrore. Il suo corpo di metallo e ombre iniziò a smontarsi da solo: i singoli ingranaggi che lo componevano si staccavano dalla sua struttura, cadendo a terra come monete inutili mentre la cenere d'ombra della sua sostanza si dissolveva nell'aria.

"Cosa... cosa avete fatto..." rantolò la creatura, cadendo in ginocchio ai piedi della piattaforma. "La rete è distrutta... gli Ancoraggi sono spezzati per sempre..."

"Abbiamo riportato la luce," risposi, respirando a fatica mentre mi calavo dalla struttura metallica verso il pavimento della stanza.

Mi corsi da Beatrice, che giaceva a terra priva di forze ma sorridente di fronte al crollo del palazzo maledetto. La sollevai di peso, mettendole il braccio attorno al mio collo.

"Dobbiamo uscire di qui! Il palazzo sta crollando!" gridai mentre attorno a noi le pareti della torretta cedevano.

Il Curatore si sollevò un'ultima volta dalla polvere, la figura ormai ridotta a uno scheletro di bronzo privo di arti inferiori. Con la mano rimasta afferrò il suo bastone con il corvo d'argento e lo puntò verso la porta d'uscita, facendolo scattare per bloccare l'accesso con le ultime macerie del soffitto.

"Se la mia opera muore... voi morirete con essa!" urlò lo scheletro di metallo con una voce spezzata.

Eravamo trappolate. Le scale di ghisa erano state travolte dal crollo delle travi, e la porta d'uscita era sbarrata da quintali di detriti di pietra. L'unica via d'uscita rimasta era la grande finestra circolare dell'orologio che dava direttamente sulla via esterna, a venti metri d'altezza rispetto all'asfalto di via Chiodo.

Guardai la vetrata dell'orologio. I grandi numeri romani dipinti sul vetro erano spaccati, e le lancette d'acciaio giacevano storte all'esterno.

"L'impalcatura!" urlai a Beatrice, indicando fuori dalla finestra.

All'esterno del palazzo abbandonato, lungo la facciata laterale, c'era ancora una vecchia impalcatura di metallo arrugginito lasciata dai muratori anni prima durante i tentativi di ristrutturazione. La passerella di legno superiore dell'impalcatura si trovava a poco meno di due metri sotto il davanzale della finestra della Stanza dell'Orologio.

"N-non ce la farò mai a saltare, Elena..." mormorò Beatrice, le labbra tremanti per la debolezza.

"Ce la farai perché io ti terrò!" le risposi fermamente.

Afferrai una pesante sedia di legno intagliato rimasta intatta e la scagliai con tutta la forza che avevo contro il vetro dell'orologio.

CRASH!

I vetri della finestra si frantumarono verso l'esterno, facendo entrare nella stanza una vampata d'aria fresca e pura e la vera pioggia della notte di Genova. Era la prima volta dopo giorni che sentivo l'odore dell'acqua piovana pulita, priva del fetore di muffa e zolfo degli Ancoraggi.

Mi affacciai al davanzale. L'impalcatura era lì, bagnata dalla pioggia ma apparentemente solida.

Lo scheletro di bronzo del Curatore si stava strisciando verso di noi sul pavimento, lasciando una scia di cenere scura, allungando le dita di metallo per afferrarci i piedi.

"Prima tu!" dissi a Beatrice, aiutandola a salire sul davanzale di pietra della finestra.

Beatrice guardò il vuoto sottostante, poi guardò me. Nei suoi occhi non c'era più la paralisi del terrore delle settimane precedenti, ma una profonda fiducia. Prese un respiro profondo e si lanciò in avanti, atterrando con sicurezza sulla passerella di legno dell'impalcatura sottostante.

"L'ho fatto! Elena, salta!" mi urlò Beatrice dalla passerella, alzando le braccia verso di me sotto la pioggia battente.

Mi girai per salire sul davanzale. Ma le dita d'acciaio del Curatore si serrarono attorno alla mia caviglia destra con una morsa spietata.

"Tu rimani qui..." sussurrò lo scheletro privo di volto.

Guardai l'essere con freddezza. Non avevo più armi, non avevo più sale benedetto né candele. Ma avevo la mano sinistra libera. Raggiunsi la tasca della giacca ed estrassi l'accendino di plastica che non aveva funzionato nei sotterranei per via dell'umidità. Ora, all'aria aperta, lo sfregai con violenza contro il palmo della mano per asciugarlo.

SPARK!

La fiammella si accese viva e forte.

Senza un attimo d'esitazione, posai la fiamma dell'accendino direttamente sui fili di sostanza d'ombra che collegavano la testa di metallo del Curatore al suo torso.

L'ombra artificiale prese fuoco all'istante come cera secca. La creatura emise un ultimo stridio acutissimo prima di lasciare la presa sulla mia caviglia e disintegrarsi definitivamente in una nuvola di cenere inerte che fu spazzata via dal vento della tempesta.

Mi lanciai fuori dalla finestra, volando nell'aria della notte per due metri prima di impattare contro la passerella dell'impalcatura. Beatrice mi afferrò le braccia, impedendomi di scivolare oltre il bordo.

Ci stringemmo l'un l'altra sotto la pioggia battente mentre dietro di noi la torretta del palazzo abbandonato crollava verso l'interno, seppellendo la Stanza dell'Orologio e i resti del Curatore per sempre sotto quintali di rovine.

Iniziammo la discesa lungo le scale di sicurezza dell'impalcatura, fino a toccare finalmente con i piedi l'asfalto bagnato di via Chiodo.

Ero finalmente sulla strada. Il cielo di Genova stava cominciando a schiarirsi verso oriente con i primi toni del grigio dell'alba. La pioggia cadeva ora dolce, purificante, lavando via il sangue, la polvere e il terrore dalle nostre facce.