IL PIANO DELL’ASSASSINO
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IL PIANO DELL’ASSASSINO

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PARTE 2 — IL GIOCO DELLE OMBRE

Il cuore mi batteva nel petto con una violenza tale da farmi temere che Lucas potesse sentirlo dall'altro lato del legno. Il comunicatore satellitare emetteva un lieve bagliore bluastro, la barra di caricamento della connessione era bloccata all'ottanta per cento. Un secondo di troppo e la luce avrebbe rivelato la mia posizione nell'oscurità della suite.

Far scivolare di nuovo il dispositivo nello scomparto segreto richiese ogni goccia di autocontrollo che possedevo. Spinsi lo sportellino in legno finché non sentii il micro-scatto sordo. Mi rimisi in piedi con lentezza, cercando di nascondere i tremori delle gambe, e mi lanciai sul letto, tirando le coperte fino al mento.

La maniglia della porta girò con un cigolio impercettibile.

Lucas entrò. Nella penombra, la sua figura alta e ben modellata sembrava quella dell'uomo premuroso che avevo sposato soltanto tre giorni prima. Ma ora, sotto quell'aspetto elegante, vedevo solo l'ombra di un predatore. Portava un vassoio d'argento con una tazza fumante.

— Ciao, cara — disse a bassa voce, avvicinandosi con un sorriso rassicurante. — Ti ho sentito muoverti. Come ti senti?

La sua voce era calda, piena di una falsa affettuosità che mi fece salire un nodo alla gola. Finsi di svegliarmi in quel momento, strofinandomi gli occhi e muovendo la testa con lentezza calcata, impersonando la recita della donna drogata e confusa che lui si aspettava di trovare.

— Ho... ho la testa pesante, Lucas — mormorai, sforzandomi di far tremare la voce nei punti giusti. — Il mare sembra agitato stasera...

— La tempesta sta arrivando, sì — rispose lui, posando il vassoio sul comodino. Le sue dita sfiorarono le due pillole bianche che avevo lasciato lì poco prima. Notai il suo sguardo fissarsi sui piccoli confetti. La sua espressione si contrasse impercettibilmente. — Non hai preso la medicina che ti ho lasciato.

L'aria nella stanza diventò improvvisamente gelida. Risposi senza esitare, mantenendo lo sguardo annebbiato.

— La zuppa mi ha dato un po' di nausea... volevo aspettare di sentirmi meglio prima di inghiottirle.

Lucas mi fissò per tre lunghi secondi. Tre secondi in cui compresi quanto la mia vita fosse appesa a un filo sottile. Poi, la sua maschera di marito amorevole si ricompose perfettamente. Sorrise, prese la tazza dal vassoio e me la porse.

— Questa è una tisana speciale che ho fatto preparare dallo chef. Ti aiuterà a digerire e a distendere i nervi. Bevila tutta, amore mio. Ti farà bene.

L'odore della camomilla era coperto da un retrogusto metallico e amaro. Lo riconobbi immediatamente. Era la stessa sostanza presente nella zuppa. Voleva essere sicuro che alle ventiquattro io non fossi in grado di opporre alcuna resistenza.

— Grazie — sussurrai, prendendo la tazza con mani volutamente tremanti. Accostai le labbra al bordo, simulando un sorso profondo, ma facendone scivolare soltanto una goccia sulla lingua senza deglutire. Poi finsi un colpo di tosse improvviso, piegandomi in avanti e lasciando che il liquido si rovesciasse sul lenzuolo e sulla mia camicia da notte.

— Oh cielo! Scusami, Lucas! Sono così goffa... la nave ha rollato e...

Lucas contrasse la mascella. Per un istante, nei suoi occhi balenò un'espressione di pura rabbia repressa, un bagliore d'odio che non gli avevo mai visto sul volto. Ma si trattenne.

— Non importa, Elena. Pulirò io. L'importante è che tu ti riposi.

Si chinò con un asciugamano per tamponare le coperte. Fu in quel momento, mentre lui era piegato verso il pavimento, che il mio sguardo cadde sulla tasca interna della sua giacca, lasciata sulla sedia accanto al letto. Un angolo di carta rigida sporgeva dalla stoffa. Era una busta con l'intestazione del notaio della mia famiglia, e sopra c'era la firma falsificata di mio padre per la cessione dei beni in caso di mia scomparsa.

Capii che il piano era ancora più vasto di quanto immaginassi. Non volevano solo il mio patrimonio personale; stavano cercando di prosciugare l'intera holding della mia famiglia.

Mentre Lucas finiva di sistemare e si avviava verso il bagno per riporre i panni umidi, mi spostai sul bordo del letto. I minuti scorrevano inesorabili. Mancavano meno di due ore alla mezzanotte.

Aspettai che il rumore dell'acqua corrente coprisse i miei movimenti. Scivolai di nuovo verso la toeletta, riaprii lo scomparto segreto e recuperai il comunicatore satellitare. Lo schermo lampeggiava.

MESSAGGIO INVIATO. STATO RICEZIONE: IN ATTESA DI CONFERMA.

Mio padre doveva aver ricevuto la notifica, ma sul display apparve improvvisamente un avviso che mi fece gelare il sangue:

ATTENZIONE: SEGNALE SOTTOPOSTO A INTERCETTAZIONE LOCALE.

Sulla nave c'era un dispositivo di disturbo radar attivo. E qualcuno dal ponte di comando aveva appena rilevato una trasmissione non autorizzata proveniente dalla nostra suite.

La porta del bagno si aprì all'improvviso. Lucas si bloccò sulla soglia, lo sguardo fisso sul dispositivo che tenevo ancora in mano.