PARTE 10 — IL RITORNO DEL FANTASMA
La voce rimbalzò lungo i corridoi dell'ospedale con un'eco gelida che mi bloccò il respiro nel petto. Mio padre mi strinse la mano con forza disperata, mentre l'infermiera accanto al letto tentò di azionare il pulsante d'emergenza, scoprendo che la linea era stata staccata.
— Com'è possibile? — mormorai, sentendo il terrore risalire dalle viscere. — L'ho visto affondare nell'oceano! Ho visto le onde inghiottirlo!
— Lucas ha un fratello gemello, Elena — disse mio padre con voce spezzata, le lacrime che gli riempivano gli occhi. — Julian. Nessuno sapeva della sua esistenza. È stato tenuto nascosto negli archivi dell'orfanotrofio da Roderick per vent'anni. Quello che hai visto morire in mare... era Lucas. Ma Julian è quello che ha diretto ogni singola mossa a terra!
I tasselli del puzzle si incastrarono improvvisamente con una spietatezza spaventosa. L'uomo che avevo sposato, l'uomo che mi aveva fatto le promesse sull'altare, l'uomo che mi aveva spinto sul ponte di poppa... potevano essere stati due individui diversi che si scambiavano i ruoli a seconda della necessità.
Dagli altoparlanti la voce riprese a parlare, serena e beffarda:
— Cara Elena, hai davvero creduto che mio fratello fosse così sprovveduto da morire in mare senza un piano di riserva? Povero Lucas... era troppo emotivo, troppo impulsivo. Ma ha svolto il suo compito alla perfezione. Ora che mio padre e mia madre sono stati presi, e mio fratello è cibo per pesci, l'intero patrimonio dei trecento milioni spetta a me. E per ottenerlo, mi serve solo un'ultima firma. La tua.
Le porte scorrevoli automatiche della terapia intensiva si bloccarono con un suono metallico. Dal soffitto cominciò a uscire un vapore grigio e denso.
— Gas anestetico — gridò il medico di guardia, correndo verso la porta e tentando invano di forzare i comandi manuali. — Stanno isolando il piano!
Mio padre cominciò a tossire violentemente. La sua salute già precaria non avrebbe resistito a lungo a quella sostanza.
— Elena... devi andare — mi disse, cercandosi di alzare dal letto. — C'è un passaggio di servizio dietro l'armadio dei medicinali... porta alla vano ascensore di carico!
— Non ti lascio qui, papà! — urlai, coprendomi la bocca con la manica della camicia.
— Se ti prende, moriremo entrambi! — ruggì mio padre con l'ultima forza che gli rimaneva in corpo. — Vai! Trova l'ispettore Vance! Spiega a tutti chi è Julian!
Mi guardai intorno disperata. Il vapore stava riempiendo rapidamente la stanza, rendendo la visibilità quasi nulla. Il medico era già svenuto sul pavimento, e le forze di mio padre stavano cedendo.
Con le lacrime agli occhi, spinsi l'armadio dei medicinali come mi aveva indicato mio padre. Dietro c'era una piccola porta di metallo grezzo per la manutenzione delle condutture. La aprii ed entrai nel cunicolo buio proprio mentre la porta principale della stanza veniva abbattuta con un'esplosione controllata.
Attraverso la fessura della porta di servizio, intravidi una figura vestita con un abito scuro elegante entrare nella stanza. Il suo volto era identico a quello di Lucas, ma nei suoi occhi c'era una calcolata e spietata intelligenza che il marito che avevo conosciuto non possedeva.
Julian si avvicinò al letto di mio padre, guardandolo con distacco.
— Dove è la ragazza? — chiese a uno dei suoi uomini armati.
— Deve essere fuggita attraverso le condutture, signore!
Julian fece un piccolo sorriso, tirando fuori dalla tasca una radio ricetrasmittente.
— Chiudete tutte le uscite dell'ospedale. Staccate la corrente elettrica principale. Cacciatela come un animale.
Richiusi la porta di servizio e mi lanciai lungo il cunicolo buio, strisciando sul metallo polveroso. L'oscurità era totale. Sotto di me sentivo i rumori dei passi degli uomini di Julian che perquisivano le stanze sottostanti.
Raggiunsi la tromba dell'ascensore di carico e mi arrampicai sulla scala di ferro integrata nella parete. Le dita mi dolevano, il corpo era esausto per la notte passata in mare, ma la rabbia mi dava una spinta inesauribile.
Scesi fino al piano interrato, sperando di raggiungere il parcheggio sotterraneo dove avrei potuto trovare la polizia o un'auto per fuggire.
Quando uscii dalla porta d'emergenza del seminterrato, il silenzio del parcheggio mi accolse. Le luci erano spente, immerse in una penombra inquietante illuminata soltanto dai segnali verdi di via di fuga.
Camminai a passo svelto tra le auto parcheggiate, tenendomi vicina ai pilastri in cemento.
All'improvviso, il suono di un applauso lento e cadenzato risuonò nell'ampio garage deserto.
Dall'ombra di un grande SUV nero emerse Julian. Teneva in mano un telecomando e una pistola munita di silenziatore.
— Davvero notevole, Elena — disse camminando verso di me con passo tranquillo. — La tua voglia di vivere è quasi affascinante. Ma la partita finisce qui.






