PARTE 14 — LA RESA DEI CONTI
Tre giorni dopo.
Il sole splendeva alto sopra il porto di San Diego, illuminando le acque tranquille dell'oceano che solo pochi giorni prima avevano rischiato di diventare la mia tomba. L'aria era fresca, profumata di sale e di primavera.
Ero seduta nella sala d'attesa della Procura Federale, vestita con un completo scuro ed elegante. Al mio fianco c'era mio padre, seduto su una sedia a rotelle ma con un colorito decisamente migliore sul volto. Le sue mani non tremavano più.
L'ispettore Vance uscì dall'ufficio del Procuratore con una spessa cartella di documenti sotto il braccio. Sul suo viso c'era un'espressione di stanca soddisfazione.
— È finita, Elena — disse sedendosi di fronte a noi. — I giudici hanno convalidato tutti gli arresti senza possibilità di cauzione.
— Raccontaci tutto, Vance — disse mio padre con voce ferma.
— Roderick ed Eleonora hanno confessato tutto pur di evitare l'ergastolo in un carcere di massima sicurezza — spiegò l'ispettore. — Hanno confermato il piano di sostituzione di tuo padre, i conti offshore e l'omicidio della prima moglie di Lucas avvenuto cinque anni fa. Entrambi sconteranno trent'anni di prigione senza possibilità di libertà condizionale.
— E il Capitano della nave? — chiesi.
— Rischia vent'anni per complicità in tentato omicidio e corruzione marittima internazionale. La sua carriera è finita, e la compagnia di navigazione è stata commissariata per i controlli di sicurezza.
Un silenzio carico di significato calò nella stanza. Mancava un solo nome.
— E Julian? — chiesi, sentendo un lieve tremito nella voce al solo pronunciare quel nome.
Vance sospirò, aprendo la cartella.
— Julian è stato incriminato per tentato omicidio plurimo, sequestro di persona, cospirazione ed evasione. Non vedrà mai più la luce del sole fuori da una cella isolata. Il suo avvocato ha tentato di chiedere la perizia psichiatrica, ma i periti del tribunale lo hanno dichiarato pienamente capace di intendere e di volere. È un sociopatico puro.
— E mia... mia madre? — la domanda mi uscì quasi spontanea, una ferita ancora aperta nel mio cuore.
— Tua madre ha firmato un patteggiamento — disse Vance con cautela. — Ha rinunciato a ogni diritto patrimoniale sulla famiglia ed è stata trasferita in una struttura detentiva federale. Non ha chiesto di vederti, Elena. Ha solo chiesto che le venissero garantiti i legali per la difesa.
Chiusi gli occhi per un lungo momento. La donna che mi aveva messo al mondo, la donna che avrei dovuto considerare il mio rifugio, era diventata un'estranea priva di anima. Ma non provo più rabbia. Provavo solo una profonda, liberatoria pietà.
— Possiamo andare a casa adesso, papà? — chiesi voltandomi verso mio padre.
Lui mi prese la mano e la strinse con affetto.
— Casa non è più quella villa, Elena. Vendere tutto. Ricominceremo da un'altra parte, lontano da questo sangue e da questi soldi maledetti.
— Ha ragione tuo padre — disse Vance sorridendo. — La holding è stata ristrutturata e affidata a un fondo fiduciario indipendente. Sarete finanziariamente sicuri per il resto della vostra vita, senza dover gestire le aziende direttamente.
Uscimmo dal palazzo di giustizia e camminammo lungo il viale alberato. Per la prima volta dopo mesi, sentii che il peso che mi opprimeva il petto si era finalmente dissolto.
Mentre aiutavo mio padre a salire sull'auto privata che ci attendeva, il mio telefono cellulare suonò. Era un numero sconosciuto con un prefisso internazionale.
Risposi con un filo di esitazione.
— Pronto?
Dall'altra parte della linea ci fu qualche secondo di silenzio elettrico. Poi, una voce femminile, fredda e distinta, parlò in perfetto inglese:
— Congratulazioni per la tua vittoria, Elena. Ma pensavi davvero che la famiglia Vance fosse composta soltanto da tre persone?
Il sangue mi si gelò di nuovo nelle vene.






