IL PIANO DELL’ASSASSINO
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IL PIANO DELL’ASSASSINO

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PARTE 13 — IL CONFRONTO FINALE

Il mare sotto lo yacht oscillava dolcemente, facendo cigolare i cavi d'ormeggio d'acciaio che ancora tenevano ancorata l'imbarcazione al molo. La luna piena emergeva da dietro le nuvole di tempesta in dissolvimento, gettando una luce spettrale ed argentea sulle nostre figure.

Julian fece un passo verso di me, muovendosi con la cautela di un animale ferito ma ancora letale. Non aveva più la sua pistola, né il suo aspetto da manager impeccabile. Era ridotto a una belva braccata, e proprio per questo era ancora più pericoloso.

— Dammi quel telecomando, Elena — disse con voce profonda e minacciosa. — Se mi lasci andare, vi prometto che non vedrete mai più me né la mia ombra. Lascierò te e tuo padre in pace con quello che vi rimane della vostra vita.

— Tu non mantieni mai le promesse, Julian — risposi facendo un passo indietro, mantenendo una distanza di sicurezza e stringendo la barra di ferro con entrambe le mani. — Hai promesso a Lucas che sareste stati ricchi insieme. E lo hai lasciato morire nell'oceano senza muovere un dito.

Julian emise una risata amara.

— Lucas era un debole. Piangeva la notte per il senso di colpa! Non aveva lo stomaco per fare quello che andava fatto. Se fossi stato io sulla nave fin dall'inizio, tu saresti morta la prima sera, senza nemmeno accorgerti di cosa ti stesse succedendo!

— È questo che vi ha insegnato vostro padre? A considerare la vita altrui come spazzatura?

— Mio padre ci ha insegnato che al mondo ci sono i predatori e le prede — ringhiò Julian, scattando improvvisamente in avanti per cercare di strapparmi il telecomando dalle mani.

Anticipai il suo movimento. Sferrai un fendente laterale con la sbarra di ferro che lo colpì alle costole. Julian emise un grido di dolore, ma la sua stazza gli permise di incassare il colpo. Mi afferrò per i polsi, spingendomi indietro contro la ringhiera dello yacht.

Il telecomando schizzò dalla mia mano, ruzzolando sul ponte e cadendo direttamente nelle acque oscure del molo.

— Ora nessuno di noi due uscirà di qui finché non avrò finito con te! — ruggì Julian, stringendomi le mani intorno al collo con una forza spaventosa.

La sensazione della soffocazione tornò a assalirmi. L'aria smise di fluire nei miei polmoni. Il mio viso divenne caldo, la vista iniziò ad annebbiarsi mentre le macchie nere comparivano ai bordi del mio campo visivo.

Non provai panico. L'esperienza della notte mi aveva insegnato che nel momento di massimo pericolo bisogna rimanere freddi.

Invece di tentare di staccare le sue mani dal mio collo — impresa impossibile data la sua forza — guidai le mie dita verso il suo volto. Inserii i pollici direttamente nei suoi occhi feriti dalla polvere dell'estintore di prima.

Julian cacciò un urlo disperato di dolore, allentando immediatamente la presa e portando le mani al viso sanguinante.

Tossii violenta, riempiendomi i polmoni di aria fresca, e sfruttando l'occasione gli sferrai un calcio con quanta più forza avevo al ginocchio sinistro. Sentii uno scricchiolio metallico dell'articolazione che cedeva.

Julian cadde su un ginocchio, imprecando e urlando di rabbia.

— Sei finita... Elena... sei finita... — rantolò cercandosi di rialzare.

In quel momento, dal molo risuonarono i passi pesanti di decine di agenti della polizia. I fari delle pattuglie illuminarono lo yacht con una luce abbagliante, e la voce dell'ispettore Vance rimbombò attraverso il megafono:

— Julian Vance! Sei circondato! Metti le mani sulla testa ed esci dallo yacht!

Julian si voltò verso le luci della polizia, compiendo l'errore di voltarmi le spalle per un secondo di troppo.

Raccolsi la sbarra di ferro dal ponte e la colpii con precisione alla nuca con quanta forza mi rimaneva nel corpo.

Julian crollò sul pavimento in legno dello yacht, svenuto, sconfitto definitivamente.

Mi accasciai sul ponte, respirando a pieni polmoni l'aria salmastra della notte, guardando gli agenti della SWAT che salivano a bordo per ammanettarlo.

Era finita davvero.