PARTE 12 — LA CACCIA FINALE
L'esplosione fese la notte con un boato sordo che fece scattare gli allarmi di tutte le automobili nel raggio di un chilometro. L'onda d'urto fece tremare la volante della polizia dietro cui mi trovavo. L'aria si riempì del puzzo acre di carburante bruciato e plastica fusa.
— Tutti indietro! Create un perimetro di sicurezza! — urlò l'ispettore Vance, estraendo la sua arma di servizio e spingendomi ancora più indietro.
Le fiamme avvolsero l'ingresso del garage sotterraneo, bloccando l'accesso alla squadra SWAT. Julian aveva fatto esplodere uno dei serbatoi di benzina per coprirsi la fuga ed eliminare ogni traccia rimasta nel seminterrato.
— È rimasto dentro? — chiesi all'ispettore con il cuore che tornava a battere con violenza. — È morto nell'esplosione?
Vance guardò le fiamme con espressione scettica, scuotendo la testa.
— Un uomo come lui non si suicida, Elena. Ha usato l'esplosione come diversivo per scappare attraverso i canali di scolo della città che si collegano alla rete fognaria sotto il parcheggio.
Aveva ragione. Julian era una vipera calcolatrice; non avrebbe mai lasciato la sua vita al caso. Se aveva previsto un piano d'attacco così complesso, aveva sicuramente preparato una via di fuga sotterranea in caso di fallimento.
— Bisogna bloccare le uscite della rete idrica verso il porto! — gridai verso l'ispettore. — Vuole raggiungere la costa per lasciare il Paese!
Vance diede immediatamente ordini via radio a tutte le pattuglie della zona, mentre i vigili del fuoco iniziavano a domare l'incendio all'ingresso del parcheggio.
Non potevo rimanere lì a guardare passivamente mentre l'uomo che aveva distrutto la mia vita tentava la fuga finale. Mi staccai dalla presa dell'agente che avrebbe dovuto sorvegliarmi e corsi verso la centrale di controllo mobile della polizia parcheggiata a pochi metri.
Sui monitor interni appariva la mappa satellitare e il tracciato delle condutture fognarie di San Diego. Un punto rosso lampeggiante mostrava una variazione di pressione anomala nel condotto principale che portava al molo 42 — il molo privato dove la mia famiglia teneva gli yacht aziendali.
— Vuole prendere il Sea Phantom — mormorai. Quello yacht era imbarcazione veloce, in grado di raggiungere acque internazionali in meno di venti minuti.
Senza dire una parola a nessuno, salii sulla prima moto della polizia lasciata con il motore acceso vicino al cordone di sicurezza. Innestai la marcia e sfrecciai nella notte verso il porto, ignorando i gridi d'allarme degli agenti alle mie spalle.
Il vento della notte mi colpiva il viso, spazzando via le ultime tracce di stanchezza. Non ero più la vittima della crociera di nozze. Ero la cacciatrice.
Raggiunsi il molo 42 in meno di cinque minuti. L'area era completamente buia, abbandonata. Il silenzio era rotto soltanto dal suono sordo dei motori d'acciaio del Sea Phantom che stavano venendo avviati a distanza.
Lasciai la moto sul molo e scivolai lungo le passerelle di legno, tenendo in mano una sbarra di ferro raccolta lungo la strada.
A bordo dello yacht scorsi una figura nell'ombra della cabina di pilotaggio. Stava staccando i cavi d'ormeggio con gesti rapidi e nervosi.
Salii a bordo senza fare alcun rumore, muovendomi con la grazia discreta di chi conosce quella nave fin da bambina. Mi posizionai dietro la porta della cabina principale.
Quando la figura uscì per controllare il motore di poppa, la luce della luna illuminò il suo volto. Era Julian. Aveva la pelle bruciacchiata dal fumo, gli abiti strappati, ma negli occhi conservava la stessa furia omicida di prima.
— Stai cercando questo? — dissi facendomi avanti e mostrando il telecomando di sblocco dei motori che avevo appena sfilato dal quadro comandi.
Julian si voltò di scatto. Vedendomi lì, sola davanti a lui, un sorriso deforme si allargò sul suo viso sporco di fuliggine.
— Sei venuta a morire di persona, allora.






