L’Abito Rosso e il Testamento nella Cattedrale
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L’Abito Rosso e il Testamento nella Cattedrale

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Parte 5: Le prove sulla scrivania

All'interno di quei fascicoli non c'erano semplici contestazioni verbali, ma una radiografia spietata e dettagliata della corruzione interna che aveva corroso il Gruppo Moretti negli ultimi cinque anni. Estratti conto di banche estere, contratti di appalto gonfiati, bonifici non autorizzati e, soprattutto, le perizie grafologiche che inchiodavano senza appello Oretti e alcuni suoi alleati all'interno del consiglio.

Lo zio Roberto sfogliò le pagine con le mani che gli tremavano visibilmente. Il suo sguardo altero si sciolse in un pallore cadaverico mentre leggeva i nomi delle società fantasma registrate a Panama e alle Cayman, finanziate direttamente con i fondi destinati all'espansione industriale dell'azienda. «Questo... questo è impossibile... Sono falsi! Montature!» balbettò lo zio Roberto, guardando disperatamente verso Oretti in cerca di aiuto.

Ma Oretti teneva la testa bassa, fissando il tavolo in legno lucido, incapace di pronunciare una singola sillaba in propria difesa. Sapeva perfettamente che ogni singola prova racchiusa in quei fascicoli era autentica e inconfutabile. «Non c'è nulla di falso, zio Roberto», intervenni io, appoggiando i gomiti sul tavolo e intrecciando le dita. «Questi documenti sono stati raccolti nel corso di mesi da revisori indipendenti su ordine diretto della signora Elena.

Mia suocera sapeva tutto. Sapeva che suo figlio e alcuni di voi stavano svuotando le casse dell'azienda per finanziare i vostri vizi e i vostri debiti di gioco. La mia nomina a erede universale e presidente del gruppo non è un capriccio, ma l'unico modo che lei ha trovato per evitare la bancarotta fraudolenta e la distruzione totale dell'impero che i Moretti hanno impiegato un secolo a costruire.» La sala riunioni piombò in un silenzio tombale.

Nessuno osava più fiatare. I consiglieri che fino a un minuto prima urlavano allo scandalo adesso evitavano accuratamente il mio sguardo, abbassando gli occhi sui documenti compromettenti come scolari colti in fallo. «Ora avete due possibilità», continuai con tono gelido e tagliente. «La prima è quella di rassegnare le vostre dimissioni irrevocabili entro un'ora e accettare una transazione silenziosa, salvando il salvabile e preservando il nome della famiglia da uno scandalo giudiziario devastante.

La seconda è che io consegni immediatamente tutto questo materiale alla Procura della Repubblica e alla Guardia di Finanza, dando inizio a un'inchiesta pubblica che porterà all'arresto immediato dei responsabili, a partire da mio marito.» Oretti scattò in piedi, rovesciando la sedia all'indietro con un tonfo secco che fece sobbalzare i presenti. I suoi occhi erano iniettati di sangue, folli di rabbia e terrore. «Tu sei una vipera manipolatrice!» urlò con voce roca, scagliandosi verso di me. «Mi hai rovinato!

Hai rubato tutto ciò che era mio! Io ti ammazzo!» Prima che potesse fare altri due passi, le guardie private e l'avvocato Bernardi si interposero con decisione, bloccandolo e spingendolo violentemente contro la parete vetrata della sala. La sua furia cieca si infranse contro la fredda e implacabile realtà dei fatti. «Portatelo via di qui», ordinai con un cenno secco della mano, senza scompormi minimamente. «E fategli trovare le carte del divorzio pronte sulla sua scrivania prima di sera.»