L’Abito Rosso e il Testamento nella Cattedrale
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L’Abito Rosso e il Testamento nella Cattedrale

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Parte 3: La furia e la freddezza

Il candelabro d’argento tremava nella mano di Oretti, riflettendo la luce fioca della lampada da terra. La sua minaccia era reale, palpabile, ma in quel momento dentro di me non c'era traccia della paura che avevo provato per anni. La sottomissione a cui ero stata costretta per un decennio era svanita, spazzata via dalla consapevolezza di tenere in pugno il mio carnefice. «Fallo pure, Oretti», dissi alzandomi lentamente dalla sedia, senza distogliere lo sguardo dal suo. «Uccidimi.

Ma ricordati che se mi ammazzi, l'intero patrimonio e tutte le prove sui tuoi crimini finanziari andranno direttamente alla polizia e ai giornali nel giro di un’ora. L’avvocato Bernardi ha istruzioni precise. Con la tua morte o con la tua condanna, la fine dei Moretti sarà comunque completa.» Oretti si bloccò a un passo da me. Il candelabro rimase sospeso a mezz'aria, mentre il suo petto si alzava e si abbassava con respiri affannosi e irregolari.

Le sue labbra tremavano mentre cercava di formulare una risposta, ma le parole gli morivano in gola. Capì, con brutale chiarezza, che non ero più la moglie silenziosa e remissiva che poteva calpestare a piacimento. «Tu… tu sei una megera senza cuore», mormorò con voce roca, facendo un passo indietro e lasciando cadere pesantemente il candelabro sul tappeto persiano. «Mia madre ti ha accolta in questa famiglia quando non eri nessuno.

Ti abbiamo dato un nome, una casa, una vita! E tu ci ripaghi così?» «Una vita? La chiamavi vita quella che mi avete riservato?» risposi con un sorriso gelido, avanzando verso di lui di un passo, costringendolo a indietreggiare ulteriormente. «Per quindici anni mi avete trattata come una schiava nella mia stessa casa, mi avete umiliata, avete deriso le mie origini e avete cercato di annientare la mia dignità.

Tua madre mi ha usata come scudo umano contro i tuoi scandali finanziari, e tu mi hai tradita ogni singola notte con donne diverse, sperperando i soldi che io stessa aiutavo a gestire dietro le quinte. Il conto è arrivato, Oretti. E adesso tocca a voi pagare.» Oretti digignò i denti, stringendo i pugni con tanta forza che le nocche gli si sbiancarono.

Fece per avventarsi nuovamente su di me, ma in quel preciso istante la porta si aprì di nuovo. Sulla soglia comparve la figura imponente della guardia del corpo privata che l'avvocato Bernardi aveva discretamente assegnato alla mia protezione già dalla sera prima. Due uomini robusti in abito scuro entrarono silenziosamente nella stanza, bloccando Oretti per le braccia prima che potesse compiere un solo passo falso. «Lasciatemi!

Canaglie! Questa è casa mia!» urlò Oretti dimenandosi inutilmente, mentre i due professionisti lo immobilizzavano con mossa esperta e fredda. «Non più, Oretti», dissi rimettendomi seduta alla mia scrivania e sistemando con cura i documenti. «Da questo momento tu non sei altro che un ospite indesiderato in questa casa. E faresti meglio a prepararti, perché domani mattina al consiglio di amministrazione non intendo far sconti a nessuno.» Lo fecero uscire di forza dalla stanza, mentre le sue urla disperate e piene di odio riecheggiavano lungo il corridoio.

Rimasta finalmente sola, chiusi gli occhi per un lungo istante, respirando profondamente. Il primo scoglio era superato, ma la vera battaglia per il controllo del Gruppo Moretti stava per iniziare all'alba del giorno dopo.