Parte 4: Il consiglio di amministrazione
Il sole dell'indomani mattina albeggiava freddo sulle colline catanesi quando la mia autoblù nera si fermò davanti all'imponente sede centrale del Gruppo Industriale Moretti, un grattacielo di vetro e acciaio che dominava il porto della città. I dipendenti e i dirigenti che entravano nell'edificio si fermavano a guardarmi con espressioni sbigottite.
La notizia del testamento della signora Elena e del mio abito rosso al funerale aveva già fatto il giro di tutti i giornali locali e degli ambienti finanziari siciliani. Varcai l'ingresso principale a testa alta, indossando un tailleur nero impeccabile spezzato da una camicia di seta color rosso scuro, un tributo silenzioso alla promessa fatta a mia suocera.
Al mio fianco c'erano l'avvocato Bernardi e due consulenti legali esperti in diritto societario internazionale. Salimmo direttamente all'ultimo piano, dove si trovava la sala riunioni principale del consiglio d'amministrazione. Quando aprii le grandi porte di vetro fumé, il brusio dei presenti si interruppe di colpo, lasciando spazio a un silenzio gelido e pesante.
Intorno al lungo tavolo ovale di marmo nero sedevano i sei membri anziani del consiglio: azionisti storici, parenti collaterali e vecchi collaboratori della famiglia Moretti che avevano sempre guardato dall'alto in basso chiunque non appartenesse al loro cerchio ristretto. All'estremità opposta del tavolo sedeva Oretti. Aveva il viso gonfio, gli occhi cerchiati e un'espressione di pura disperazione mista a tracotanza repressa.
Indossava un abito sgualcito e continuava a torturare una penna tra le dita. «Tu non hai alcun diritto di sederti a quel posto!» tuonó immediatamente lo zio Roberto, il membro più anziano della famiglia, alzandosi in piedi e puntando un dito tremante contro di me. «Questo consiglio rifiuta categoricamente di riconoscere quel testamento fittizio! Una straniera venuta dal nulla non prenderà mai il controllo dell'azienda fondata dai nostri antenati!» «Esatto!
È una truffa bella e buona!» gridò un altro consigliere, appoggiando lo zio Roberto. «Chiediamo l'annullamento immediato e la revoca di qualsiasi potere esecutivo alla signora Lan!» Io non battei ciglio. Avanzai lentamente verso la sedia capotavola — quella che un tempo apparteneva alla signora Elena — e mi sedidi con assoluta naturalezza. Appoggiai le mani sul tavolo, guardando uno a uno i volti infuriati dei presenti con una calma disarmante. «Potete urlare quanto volete, signori miei», esordii con voce ferma e cristallina, che riempì ogni angolo della vasta sala. «Ma prima di strapparvi le vesti, vi suggerirei di aprire le cartelle che l'avvocato Bernardi ha appena distribuito sui vostri posti.» Il silenzio calò improvvisamente nella stanza.
Con mani riluttanti, alcuni consiglieri aprirono i fascicoli rossi. Bastarono pochi secondi perché i loro volti cambiassero colore, passando dall'indignazione all'incredulità più totale.






