L’Abito Rosso e il Testamento nella Cattedrale
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L’Abito Rosso e il Testamento nella Cattedrale

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Parte 2: L'ombra del passato nella grande villa

Il mattino seguente, la luce del sole filtrava debolmente attraverso le pesanti tende di velluto rosso del mio studio nella grande villa di famiglia. La dimora dei Moretti, situata sulle colline che dominavano Catania, era sempre stata una fortezza di silenzio e ipocrisia. Per quindici anni avevo camminato su quei pavimenti di marmo pregiato come un’ombra invisibile, tollerando gli sguardi sprezzanti della servitù e la freddezza glaciale di mia suocera.

Ora, paradossalmente, quella stessa casa apparteneva a me. Ogni quadro, ogni mobile antico, ogni angolo polveroso portava il peso di una dinastia fondata sul potere e sui segreti. Mentre sorseggiavo il mio tè amaro, ripensavo agli eventi della cattedrale. Oretti era tornato a casa a tarda notte, barcollando, con gli occhi cerchiati di nero e i vestiti spiegazzati.

Non aveva detto una sola parola. Si era chiuso nello studio al piano inferiore, e da lì provenivano rumori sordi, come di vetri rotti e pugni sferrati contro le pareti. Sapeva perfettamente che la lettera della madre non era un semplice rimprovero morale, ma una condanna in piena regola. Quella lettera conteneva dettagli precisi, date, cifre e persino le coordinate bancarie dei conti offshore dove aveva nascosto i milioni sottratti al gruppo industriale.

Un colpo leggero alla porta interruppe i miei pensieri. Era la signora Rosa, la governante che aveva servito i Moretti per oltre quarant'anni. Il suo volto era una maschera di fredda circospezione. Un tempo, Rosa mi trattava con la stessa sufficienza riservata a una domestica di basso rango. Adesso, tuttavia, nei suoi occhi brillava una nuova consapevolezza, mista a una sottile paura. «Signora Lan», disse con voce formale, inchinando leggermente il capo. «Al piano di sotto c'è l'avvocato Bernardi.

Ha portato dei documenti urgenti che richiedono la sua immediata firma per la transizione del consiglio di amministrazione.» «Fallo salire qui, Rosa», risposi senza voltarmi, continuando a guardare il giardino autunnale attraverso i vetri della finestra. Pochi istanti dopo, l’avvocato entrò nella stanza, posando la sua inseparabile valigetta sulla scrivania in legno di mogano.

Il suo volto mostrava i segni della stanchezza, ma la sua espressione era risoluta. «Buongiorno, signora Lan. La situazione al Gruppo Moretti è già in ebollizione. I membri anziani del consiglio hanno convocato una riunione straordinaria per domani mattina. Vogliono contestare la validità del testamento, sostenendo che la signora Elena non fosse capace di intendere e di volere nei suoi ultimi giorni», esordì Bernardi, estraendo un fascicolo rilegato in pelle blu. «Sapevo che non si sarebbero arresi così facilmente», dissi con calma, voltandomi verso di lui. «I miei amati parenti preferirebbero veder bruciare l'azienda piuttosto che cederne il controllo a una donna che considerano un'estranea.

Ma dimmi, avvocato, le prove della falsificazione della firma da parte di Oretti sono al sicuro?» «Assolutamente sì», rispose Bernardi con un sorriso sicuro. «Ho fatto duplicare tutte le perizie grafologiche e i movimenti bancari illecitamente intestati a società fantasma. Se Oretti dovesse tentare una causa legale o cercasse di intimidirla, queste prove andranno direttamente alla Procura della Repubblica.

Per lui significherà la galera certa.» Anuii lentamente, sfogliando i documenti. Ma sapevo che Oretti non era il tipo da arrendersi pacificamente. Era un giocatore d'azzardo disperato, e un uomo disperato è capace di qualsiasi follia pur di salvare la propria pelle. Nel pomeriggio, il silenzio della villa fu squarciato da passi pesanti che salivano le scale di corsa.

La porta del mio studio si spalancò con un tonfo violento. Oretti era lì sulla soglia, con i capelli scompigliati, la camicia macchiata di vino e un’espressione folle negli occhi. In mano stringeva un pesante candelabro d'argento. «Sei stata tu, brutta serpe!» urlò Oretti, avanzando verso di me con il viso contratto dalla rabbia. «Hai manipolato mia madre sul letto di morte! Le hai fatto il lavaggio del cervello! Dammi la chiave della cassaforte e firma immediatamente la rinuncia all'eredità, o ti giuro su Dio che ti ammazzo qui, adesso!»