Parte 9
La voce al telefono si spense con un clic secco, lasciando spazio solo a un fastidioso segnale di linea morta. Thao rimase immobile sul sedile della Panda, con il telefono stretto tra le dita intorpidite. Le parole appena udite risuonavano come una condanna inappellabile: l'ospedale, l'ostetrica generosa e la stessa dottoressa Elena Rossi erano ora nel mirino della spietata rappresaglia di Martha Ferrante.
Guardò il piccolo nella culla di fortuna; il neonato aveva aperto gli occhi, fissandola con uno sguardo limpido e innocente che le strinse il cuore in una morsa di dolore insostenibile. Fuggire non bastava più. La rete dei Ferrante era troppo estesa, tentacolare e crudele per permettere a una madre sola e senza mezzi di sparire nel nulla senza lottare fino in fondo.
Con un sussulto di disperata determinazione, Thao aprì la portiera della Panda e scese nel cortile umido del casale abbandonato. La nebbia dei colli Euganei avvolgeva le pietre antiche della struttura, conferendole un'aria spettrale. Strinse i documenti segreti dentro la tasca interna del giubbotto e prese il bambino in braccio, avvolgendolo strettamente nella coperta di lana merino che le aveva dato l'ostetrica.
Doveva trovare un modo per contrattaccare. E c'era una sola persona a Padova che possedeva l'autorità e il movente per sconfiggere Martha Ferrante: la dottoressa Elena Rossi. Ma come fare a contattarla senza che i telefoni fossero intercettati e senza cadere in un'imboscata tesa dalle guardie della holding? Mentre rifletteva freneticamente, notò sul retro del casale un vecchio pozzo in pietra coperto da una grata di ferro arrugginita.
Vicino al pozzo, semi-nascosto tra le ortiche, vi era un vecchio motociclo d'epoca della polizia stradale, con le chiavi ancora inserite nel blocchetto dell'accensione e una tanica di miscela di scorta accanto. Era un segno del destino, o forse la prova che quel luogo era stato utilizzato in passato come rifugio sicuro da qualcuno all'interno delle forze dell'ordine o della stessa fazione di Elena Rossi.
Thao non ci pensò due volte. Posseggendo una buona manualità e ricordando i vecchi lavoretti di meccanica fatti da ragazzina, provò a girare la chiave nel blocchetto della moto. Con un colpo di tosse metallico e una densa nuvola di fumo bianco, il motore a due tempi si avviò, rompendo il silenzio dei boschi. Decise di lasciare la Fiat Panda nel casale come esca per sviare eventuali inseguitori, e di raggiungere il centro di Padova in sella alla vecchia moto, sfruttando i sentieri sterrati secondari che conosceva bene per averli percorsi durante le sue escursioni giovanili prima di trasferirsi in città.
Il viaggio fu un calvario di freddo e velocità: il vento gelido di novembre le tagliava il viso e le mani, mentre teneva stretto il bambino contro il petto con una fascia di stoffa improvvisata per impedirgli di subire troppo gli scossoni. Dopo circa mezz'ora di guida spericolata tra i campi e le strade arginali del Bacchiglione, la sagoma imponente e illuminata dell'ospedale civile di Padova ricomparve all'orizzonte.
Tuttavia, avvicinandosi all'ingresso principale, Thao notò qualcosa di profondamente anomalo: non c'erano più i vigili del fuoco né la polizia locale intervenuta poche ore prima. Al loro posto, l'intera area era pattugliata da uomini in abito scuro con auricolari, agenti di sicurezza privata che bloccavano ogni accesso. E sul grande tabellone luminoso all'ingresso del pronto soccorso campeggiava una notizia shock: La primaria del reparto di ostetricia, la dottoressa Elena Rossi, è stata sospesa d'urgenza dalle sue funzioni a seguito di gravi accuse di negligenza e abuso di potere.






