L'odore di disinfettante e candeggina pervase l'aria, risvegliando Thao dal suo torpore di sfinimento.
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L'odore di disinfettante e candeggina pervase l'aria, risvegliando Thao dal suo torpore di sfinimento.

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Parte 15

I primi raggi del sole di novembre filtravano attraverso le grandi finestre della storica sartoria, illuminando i pavimenti in parquet tirati a lucido e l'enorme mazzo di rose bianche che la dottoressa Elena Rossi aveva fatto recapitare sul tavolo da lavoro principale. La tempesta giudiziaria che aveva travolto la holding dei Ferrante si era abbattuta come un uragano sulla città di Padova: i telegiornali regionali e nazionali aprivano le edizioni mattutine con gli scandali finanziari, le accuse di estorsione e il clamoroso arresto di Martha Ferrante e dei suoi più stretti collaboratori corrotti.

Thao sedeva comodamente su una poltrona di velluto rosso, con la spalla fasciata e medicata dai medici dell'ospedale che l'avevano assistita con rispetto e deferenza. Tra le sue braccia, il piccolo Marco – finalmente registrato all'anagrafe con il suo nome e con il cognome scelto da lei, protetto dalla legge e dall'affetto ritrovato di Elena e dell'ostetrica – dormiva placido e sereno, respirando l'aria pulita di un futuro che non conosceva più ombre.

La porta d'ingresso della sartoria si aprì dolcemente. Un uomo alto, con il volto stanco ma segnato da un'espressione di profondo pentimento, entrò lentamente nella sala. Era Alberto. Indossava un semplice maglioncino scuro, senza giacca né cravatta, spogliato di ogni lusso e di ogni privilegio ereditario. Thao alzò lo sguardo, fissandolo con un'espressione neutra, priva dell'odio o del rancore che avevano infuocato i mesi precedenti. – Thao... posso entrare? – chiese Alberto con voce roca, fermandosi a debita distanza, come se temesse di infrangere la fragile quiete di quel momento. – Sei venuto a riprenderti qualcosa, Alberto?

Qui non c'è più nulla per la famiglia Ferrante – rispose Thao con calma, accarezzando la testolina del neonato. Alberto scosse la testa lentamente, abbassando lo sguardo con vergogna. – Non sono venuto per chiedere nulla, Thao. Ho firmato tutti i documenti per rinunciare alla quota di controllo della holding di famiglia. Ho deciso di lasciare Padova, di ricominciare da zero, lavorando onestamente con le mie mani... come hai dovuto fare tu in questi mesi terribili – disse Alberto, con gli occhi lucidi che tradivano un sincero rimorso. – Volevo solo... vedere mio figlio un'ultima volta, e dirti grazie per aver avuto il coraggio che a me è sempre mancato.

Thao lo guardò in silenzio per lunghi secondi. Sapeva che il perdono sarebbe stato un percorso lungo e forse impossibile da completare, ma in quel momento, sentendo il calore del bambino che stringeva tra le braccia e guardando l'alba dorata che splendeva sopra i tetti antichi di Padova, capì di aver vinto la battaglia più importante della sua vita. – Guardalo, Alberto... si chiama Marco – disse Thao con un filo di voce, accennando un piccolo sorriso. – E lui non apparterrà mai più a nessuna maledizione di famiglia.

Alberto si avvicinò lentamente, sfiorò con un dito tremante la manina del neonato, poi voltò le spalle e uscì in silenzio nella luce chiara del nuovo giorno, lasciandosi alle spalle il peso di un cognome che aveva smesso di fare paura. Thao strinse forte suo figlio, pronta a scrivere finalmente il primo capitolo di una storia tutta loro.