Parte 6
Il fascio di luce accecante del SUV nero tagliò la nebbia fitta della notte padovana, inchiodando Thao e l'ostetrica sul posto. Le ruote della grossa fuoristrada stridettero sull'asfalto bagnato, arrestandosi a pochi centimetri dal cofano della vecchia Fiat Panda. La portiera del SUV si aprì con un tonfo secco, e dall'abitacolo scese Alberto. Aveva il cappotto slacciato, i capelli scompigliati dal vento e un'espressione disperata sul volto che non aveva mai mostrato prima. – Thao!
Fermati, ti prego! Non puoi scappare, ti stanno cercando ovunque! – gridò Alberto, correndo verso di loro con le mani alzate in segno di pace, mentre l'ostetrica faceva scudo a Thao indietreggiando verso la portiera dell'auto. – Stai lontano da noi, Alberto! Tu hai scelto la tua famiglia, hai scelto i loro soldi e la loro violenza! Adesso sparisci dalla nostra vita, prima che chiami la polizia! – urlò Thao con voce roca, aprendo lo sportello della Panda e sistemando il neonato nel seggiolino di fortuna sul sedile posteriore.
Alberto si bloccò a pochi metri di distanza, con gli occhi lucidi e la voce rotta dal pianto. Non era più il giovane arrogante e sottomesso che aveva accettato passivamente l'ultimatum della madre; la vista di quel bambino e la disperazione di Thao avevano rotto la corazza della sua codardia. – Io non ho scelto tutto questo, Thao! Mia madre... mia madre controlla ogni cosa, i conti, i patrimoni, persino la mia vita fin da quando ero bambino.
Ma quando ho saputo che volevano farvi del male... ho capito di aver fatto l'errore più grande della mia vita – singhiozzò Alberto, facendo un altro passo avanti con le mani tremanti. – Ti prego, sali in macchina con me. Ho un contatto sicuro fuori Padova, in una zona isolata vicino ad Abano Terme. Vi porterò in salvo, ve lo giuro! Thao lo guardò negli occhi, cercando di cogliere un briciolo di sincerità in quel mare di menzogne e tradimenti passati.
Ma il dolore di quel pranzo di tre mesi prima, l'umiliazione subita e i mesi di fatica passati a pulire pavimenti mentre lui viveva nel lusso pesavano come un macigno sul suo cuore. Poteva davvero fidarsi dell'uomo che l'aveva abbandonata nel momento del bisogno? – Fidarsi di te, Alberto? E con quale coraggio me lo chiedi? Quando tua madre mi ha cacciata di casa minacciandoci, tu guardavi il pavimento come un codardo! – rispose Thao, mentre le lacrime calde le rigavano le guance fredde.
L'ostetrica, intanto, teneva d'occhio la strada principale attraverso la nebbia, notando in lontananza il bagliore di altri fari che si avvicinavano a grande velocità. – Thao, non c'è tempo per discutere! Altre macchine dei Ferrante stanno arrivando! Se resti qui un minuto di più, ci prenderanno entrambi! – avvertì l'ostetrica strattonando la maniglia della Panda.
Thao salì precipitosamente a bordo, girando la chiave nel nottolino arrugginito. Il motore tossì un paio di volte prima di accendersi con un rombo metallico. Guardò per l'ultima volta Alberto, che si era inginocchiato sul bagnato, implorandola con lo sguardo. Senza esitare ulteriormente, ingranò la retromarcia, sgommando via nella nebbia e lasciandosi alle spalle il fuoco, i segreti e il fantasma della famiglia Ferrante. Ma mentre la Panda sfrecciava lungo i viali bui diretti verso i colli, Thao non sapeva che sul sedile del passeggero, dimenticata da qualcuno o nascosta apposta, giaceva una vecchia busta sigillata con lo stemma in ceralacca della casata.






