Parte 7
La vecchia Fiat Panda sferragliava rumorosamente mentre Thao percorreva la strada provinciale avvolta da una nebbia così densa da sembrare quasi un muro di latte. Aveva i fari anteriori deboli e tremolanti, che illuminavano a malapena pochi metri d'asfalto bagnato. Dal sedile posteriore giungeva il respiro regolare e leggero del neonato, un suono fragile che le ricordava per quale motivo stesse lottando con ogni stilla di energia rimasta nel suo corpo sfinito.
Mentre guidava con una mano sola sul volante consumato, la sua attenzione fu catturata da un oggetto ingombrante poggiato sul sedile del passeggero: la busta sigillata con lo stemma in ceralacca dei Ferrante che non aveva mai notato prima. Chi l'aveva messa lì? Forse l'ostetrica durante la fuga concitata, oppure era caduta dal tascone del cappotto di Alberto quando si era avvicinato per implorarla?
Il cuore di Thao batté un colpo sordo nel petto. Con il timore che quel pezzo di carta potesse contenere un'altra trappola o l'ennesimo ricatto legale, rallentò impercettibilmente la marcia, accostando le ruote della vettura vicino al ciglio erboso di una stradina di campagna deserta, ai piedi dei colli Euganei. Spense i fari per non dare nell'occhio e, con le mani che le tremavano visibilmente, prese la pesante busta di carta pergamena.
Il sigillo di ceralacca rossa recava inciso lo stemma araldico della famiglia Ferrante: un leone rampante sormontato da una corona d'alloro spezzata. Con un respiro profondo, ruppe il sigillo e sfilò all'interno un fascicolo di fogli ingialliti dal tempo, scritti a macchina con correzioni a penna risalenti a oltre trent'anni prima. La prima pagina recava un titolo che fece gelare il sangue nelle vene di Thao: Rapporto riservato di adozione e spartizione patrimoniale - Anno 1994 .
La lettura di quelle righe svelò un segreto così mostruoso da far apparire l'arroganza di Martha Ferrante solo la punta di un iceberg molto più marcio. Il documento dimostrava che la vera madre biologica di Alberto non era Martha, bensì Elena Rossi – la direttrice dell'ospedale – la quale era stata costretta a cedere il figlio alla sorella maggiore Martha per blindare l'asse ereditario della holding di famiglia in seguito a un matrimonio combinato fallito.
E non solo: il documento conteneva prove inequivocabili di un testamento segreto redatto dal capostipite dei Ferrante, il quale stabiliva che l'intero patrimonio milionario sarebbe andato non ai rami ufficiali della famiglia, ma al primo discendente nato da un'unione non aristocratica... ovvero il figlio che Thao aveva appena messo al mondo. Thao rimase pietrificata sul sedile, con i fogli che le sfuggivano di mano.
Ecco perché la famiglia Ferrante la voleva annientare a tutti i costi. Non si trattava solo di orgoglio nobiliare o di razzismo sociale: quel bambino rappresentava l'unico erede legittimo in grado di smantellare l'intero impero economico di Martha e di restituire il potere a Elena. Improvvisamente, un colpo secco e metallico sul tetto della Fiat Panda fece sobbalzare Thao con un grido strozzato.
Prima che potesse girarsi, una torcia potentissima illuminò a giorno l'abitacolo attraverso il parabrezza appannato, mentre una voce fredda e autoritaria risuonò dall'esterno battendo con forza sul finestrino del guidatore: – Apra immediatamente la portiera, signora Thao. Il gioco è finito.






