Parte 8
Il fascio di luce accecante impediva a Thao di vedere chi ci fosse fuori dalla vettura, ma il tono di voce autoritario e tagliente non lasciava spazio a dubbi: uomini agli ordini di Martha Ferrante l'avevano intercettata. Il panico le contrasse lo stomaco, ma l'istinto materno prevalse su ogni forma di terrore. Strinse al petto i documenti scottanti e si voltò rapidamente verso il sedile posteriore, dove il neonato continuava a dormire ignaro del pericolo mortale che li circondava. – Apra la portiera o saremo costretti a rompere i vetri! – tuonò nuovamente la voce dall'esterno, accompagnata da una manata violenta sulla carrozzeria della vecchia utilitaria.
Thao sapeva che se si fosse arresa in quel momento, sia lei che suo figlio sarebbero spariti per sempre nel nulla, inghiottiti dai segreti e dalla violenza della potente casata padovana. Non poteva permetterlo. Con un guizzo disperato, inserì la prima marcia con forza, tirando contemporaneamente il freno a mano in una manovra azzardata. La Fiat Panda slittò pesantemente sul fango della stradina di campagna, compiendo una semi-inversione che investì in pieno il fascio di luce e colse di sorpresa l'uomo armato appostato davanti al finestrino.
Un grido di sorpresa e la sagoma di un uomo che perdeva l'equilibrio nel fosso fecero da preludio al rombo del motore che ripartì a tavoletta, sollevando una nuvola di ghiaia e fango. Thao premette l'acceleratore fino in fondo, incurante delle sospensioni che gemevano a ogni buca, puntando dritto verso i boschi fitti dei colli Euganei dove la strada asfaltata lasciava il posto a sentieri sterrati impraticabili per i SUV di grossa cilindrata.
Dietro di loro, i fari del fuoristrada dei inseguitori iniziarono a lampeggiare furiosamente, rincorrendoli con una velocità impressionante. Il rumore del motore potente dei Ferrante si faceva sempre più vicino, rimbombando tra gli alberi spogli della collina autunnale. Thao stringeva il volante con nocche bianche, guidando quasi alla cieca tra curve a gomito e strapiombi scoscesi, guidata solo dalla disperazione e dalla speranza di trovare il vecchio casale abbandonato menzionato dall'ostetrica.
Dopo aver percorso diversi chilometri in mezzo alla boscaglia buia, la Panda imboccò un cancelliere in ferro battuto semi-dissestato, coperto da edera rampante. Thao spense immediatamente i fari e il motore, lasciando che l'auto scivolasse silenziosamente nel cortile interno di un vecchio casale di pietra coperto di muschio, nascosto alla vista dalla fitta vegetazione e dalla nebbia mattutina.
Il silenzio che seguì fu rotto solo dal ticchettio del motore che si raffreddava e dal debole vagito del neonato che si era appena svegliato. Thao trattenne il respiro, appoggiando la fronte sul volante madido di sudore, ascoltando con terrore il rumore del SUV che sfrecciava lungo la strada principale senza accorgersi della devozione nascosta. Ma la tregua durò pochissimi istanti.
Dalla tasca del cappotto, il telefono cellulare che aveva preso in prestito dall'ostetrica iniziò a squillare improvvisamente con una suoneria stridula che ruppe il silenzio della notte. Sul display comparve un numero sconosciuto, ma la chiamata era insistente. Con mani tremanti, Thao rispose e portò l'apparecchio all'orecchio, sentendo dall'altra parte una voce sussurrata che le gelò il sangue: – Sei stata brava a nasconderti, ragazza... ma hai dimenticato la cosa più importante: il testamento originale non è nel fascicolo che hai in mano. E se non ci consegni il bambino entro l'alba, l'ospedale intero e le persone che ti hanno aiutato pagheranno il prezzo del tuo egoismo.






