«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
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«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

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PARTE 9 – Il blackout totale

L'oscurità calò sulla villa come una cappa di piombo. In una frazione di secondo, i lampadari di cristallo, le luci di sicurezza e le lampade da terra si spensero simultaneamente, lasciando la nursery e l'intero piano superiore avvolti in un buio denso e palpabile.

«Non muovetevi!» gridò Bruno con voce autoritaria, estraendo la torcia tattica d'emergenza dalla fondina e azionando il fascio di luce bianca che fendette la nebbia della stanza, illuminando i volti sbarrati delle tate e di mia suocera Giselda.

Il dottor Ferrante emise un gemito di puro terrore, inciampando contro il bordo di una culla e rischiando di cadere sui frammenti di cristallo sparsi sul tappeto. Lucia strinse la piccola Sofia ancora più forte al petto, sussurrandole parole dolci per impedirle di piangere, mentre la bambina teneva stretto il suo coniglietto di pezza, fissando l'ingresso buio del corridoio con una calma innaturale.

«Hanno staccato l'alimentazione generale dal generatore principale nel seminterrato», mormorò Bruno, posizionandosi davanti a me con la pistola spianata, pronto a fare da scudo umano. «Significa che non è un'incursione casuale. C'è qualcuno all'interno della villa che conosce ogni singolo interruttore, ogni condotto e ogni punto cieco della sicurezza.»

Le parole di Bruno confermavano la rivelazione interrotta dal video di Clara: il traditore non era un mercenario venuto da fuori, ma qualcuno che camminava nei nostri corridoi ogni giorno, qualcuno che pranzava alla mia stessa tavola e che sapeva esattamente dove colpire.

«Il mercenario a terra!» gridai improvvisamente, accorgendomi che il fascio di luce di Bruno non illuminava più il punto in cui avevamo immobilizzato l'uomo.

Nel caos del blackout, approfittando della confusione generale e della distrazione di Bruno, il mercenario ferito si era liberato o era stato portato via. A terra erano rimaste soltanto le fascette di plastica tagliate di netto con un coltello a serramanico.

«Maledizione!» imprecò Bruno, puntando la torcia verso il balcone esterno. La porta a vetri, che avevamo parzialmente socchiuso per far uscire il fumo, era spalancata. Le tende di velluto pesante fluttuavano leggermente mosse dal vento notturno che saliva dal lago. «È scappato attraverso la terrazza. O qualcuno lo ha aiutato a fuggire.»

Mi alzai in piedi, stringendo i pugni con una rabbia sorda che mi bruciava dentro. Non potevo più fidarmi di nessuno. Né del sistema di sicurezza che avevo pagato milioni, né dei collaboratori che ruotavano attorno alla mia vita milanese. Avevo soltanto tre culle con tre bambini di otto mesi che ora respiravano tranquillamente, e una bambina di quattro anni che sembrava possedere una chiave di lettura della realtà che sfuggiva a tutti noi adulti.

«Bruno, blocca le porte interne del piano superiore», ordinai con voce ferma, assumendo finalmente il controllo totale della situazione, senza delegare più nulla a nessuno. «Chiudiamo la nursery. Nessuno entra e nessuno esce finché non capiamo chi ha staccato la corrente.»

«Ricevuto, capo», rispose Bruno, muovendosi con cautela lungo il perimetro della stanza per azionare il sistema di chiusura blindato delle porte blindate interne, un optional che avevo fatto installare proprio per proteggere la zona notte della villa.

Un pesante tonfo metallico risuonò lungo il corridoio, seguito da un ronzio elettronico: le porte della nursery erano ora sbloccate soltanto dal terminale biometrico interno, accessibile esclusivamente tramite la mia impronta digitale.

Ma mentre Bruno completava la procedura di blocco, un rumore insolito attirò la nostra attenzione. Non proveniva dal corridoio, né dalla terrazza esterna. Proveniva dall'interno della stanza stessa, esattamente da una delle intercapedini dietro la boiserie di legno antico che rivestiva la parete nord.

Un ticchettio leggero, ritmico, quasi meccanico.

Sofia si staccò lentamente dalle braccia di Lucia, scese a terra con le sue scarpette argentate e camminò silenziosa verso la parete di legno, ignorando il buio e il caos che ci circondavano. Si fermò davanti a un pannello decorato con motivi floreali intagliati a mano, lo stesso pannello che nascondeva i vecchi tubi di riscaldamento della villa ottocentesca.

«Papà», disse la bambina, voltandosi a guardarmi con i suoi grandi occhi chiari. «Stanno bussando dalla parte sbagliata del muro.»

Il mio stomaco fece un salto nel vuoto. Mi avvicinai rapidamente a lei, inginocchiandomi sul pavimento freddo, mentre Bruno puntava la torcia sul pannello di legno. E fu allora che sentimene chiaramente la voce dall'altra parte della parete: un sussurro strozzato, debole ma inconfondibile, che pronunciava il mio nome.