«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
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«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

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PARTE 14 – Il conto alla rovescia definitivo

Il volto di Alberto Moretti perse all'istante la sua maschera di fredda sicurezza. Il panico, per la prima volta da quando era entrato nella nursery, affiorò chiaramente nei suoi occhi chiari, mentre cercava disperatamente di premere il pulsante del dispositivo elettronico che teneva in mano. Ma il piccolo schermo rimase inesorabilmente nero.

«Maledizione...» sibilò Alberto, voltandosi di scatto per guadagnare la porta e darsi alla fuga verso le scale.

Ma Bruno non aveva intenzione di concedergli un solo secondo di vantaggio. Con un movimento fulmineo, il capo della sicurezza scattò in avanti, placcando Alberto alle spalle con la forza di un grizzly e facendolo rovinare pesantemente sul pavimento di marmo del corridoio. Il dispositivo elettronico scivolò via dalla sua mano, rimbalzando lontano e finendo in frantumi contro il battiscopa.

«Fermo dove sei, pezzo di merda!» gridò Bruno, bloccandogli un braccio dietro la schiena e premendogli il ginocchio contro la scapola per impedirgli qualsiasi movimento.

Io mi precipitai nel corridoio, afferrando Alberto per il bavero della giacca e sollevandolo di peso, costringendolo a guardarmi negli occhi mentre la rabbia accumulata in due anni di sofferenze mi bruciava dentro.

«Il gioco è finito, Alberto», dissi con voce bassa, tagliente come una lama di rasoio. «Hai distrutto la mia famiglia, hai tentato di usare i miei figli come cavie, e hai pensato di poterla fare franca. Ma hai fatto un solo errore.»

Alberto tossì, con il viso premuto contro il pavimento, ma accennò a un ghigno amaro e disperato. «Pensi di aver vinto, Adriano? Il Consorzio non è solo mio... ci sono persone molto più potenti di me che sanno già dove mi trovo. Se mi fai arrestare, o se mi succede qualcosa, i tuoi figli non saranno mai al sicuro da nessuna parte.»

«Delle tue minacce non me ne importa più nulla», risposi io, lasciandolo cadere pesantemente a terra e facendo cenno a Bruno di ammanettarlo con le fascette di sicurezza. «Ora la polizia sta già arrivando. Ho fatto partire la segnalazione automatica al comando provinciale dei Carabinieri di Como non appena abbiamo disattivato il primo trasmettitore.»

Proprio in quel momento, un coro di sirene spiegate risuonò nitido e potente dal basso, salendo lungo i tornanti alberati che conducevano alla villa di Bellagio. Le luci blu dei lampeggianti della polizia iniziarono a riflettersi freneticamente sulle vetrate del corridoio, proiettando scie azzurre sulle pareti barocche.

Il dottor Ferrante tirò un lunghissimo sospiro di sollievo, lasciandosi cadere pesantemente su una sedia, mentre Lucia abbracciava forte la piccola Sofia, che teneva ancora stretto il suo coniglietto di pezza con l'orecchio cucito a mano. Giselda, per la prima volta da quando era arrivata, si lasciò andare a un pianto liberatorio, stringendo la mano di Giacomo che sorrideva debolmente dal pavimento.

Mi voltai e tornai nella nursery. Mi avvicinai alle tre culle. Tommaso, Elia e Nora continuavano a dormire sereni, immersi nella quiete della notte, protetti finalmente da un padre che aveva ritrovato se stesso e la verità sulla morte di Clara.

Sofia mi raggiunse con i suoi passi leggeri, si fermò accanto alla mia gamba e alzò lo sguardo verso di me, stringendosi nel suo vestitino azzurro.

«Adesso stanno bene, vero papà?» chiese la bambina, con una dolcezza infinita nella voce.

Mi inginocchiai davanti a lei, le accarezzai i capelli biondi e le sorrisi per la prima volta quella sera, sentendo un peso immenso sollevarsi finalmente dal mio petto.

«Sì, Sofia», risposi, guardando poi i miei tre figli e stringendo forte la mano della piccola. «Adesso sono al sicuro. Per sempre.»