«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
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«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

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PARTE 3 – I cavi nascosti

All'interno dell'intercapedine creata sotto il pavimento della nursery, protetto da uno spesso strato di materiale fonoassorbente di ultima generazione, non c'erano tubi dell'acqua o cavi elettrici tradizionali. C'era un groviglio ordinato e meticoloso di fili di fibra ottica, piccoli trasmettitori digitali e una centralina di registrazione clandestina grande quanto una scatola da scarpe.

I LED azzurri della centralina lampeggiavano ritmicamente, emettendo un ticchettio elettronico quasi impercettibile che si mescolava al respiro teso di tutti i presenti.

«Ma che diavolo è questa roba?» esclamò Bruno, estraendo immediatamente la pistola dalla fondina, puntandola verso il buco nel pavimento come se il congegno potesse attaccarci da un momento all'altro.

Il dottor Ferrante si sporse in avanti, regolandosi gli occhiali sul naso con un gesto nervoso. «Un impianto di sorveglianza... ma non casalingo. Questa è tecnologia di spionaggio industriale o militare. È sintonizzato sulle frequenze biologiche.»

Mi sentii ribollire il sangue nelle vene. A Milano, il mio impero economico era basato su contratti milionari, innovazioni tecnologiche e brevetti internazionali che facevano gola a molti concorrenti senza scrupoli. Ma toccare i miei affari era una cosa; toccare i miei figli, entrare nella loro stanza, violare la loro intimità in questo modo così viscido e subdolo, era un oltraggio che superava ogni limite immaginabile.

«Chi è stato?» rugkii, alzandomi in piedi e afferrando Bruno per un braccio. «Chi ha avuto accesso a questa villa negli ultimi sei mesi?»

«Tutti, capo», rispose Bruno con voce tesa, cercando di analizzare la situazione con lucidità professionale. «Impresari edili durante la ristrutturazione, tecnici della connessione satellitare, personale di servizio... chiunque avesse la chiave d'accesso o un pretesto per entrare.»

Sofia, ancora seduta sul tappeto bianco vicino al buco, allungò una mano e toccò uno dei sottili cavi neri che uscivano dalla centralina. Il suo coniglietto di pezza cadde di lato, con il bottone che sembrava fissare il vuoto. «Fanno male alla testa dei bambini», mormor。“

«Come fai a saperlo, piccolina?» le chiese Lucia, inginocchiandosi finalmente accanto a lei e stringendola forte al petto con un impeto protettivo, come se temesse che qualcuno potesse portargli via anche la bambina.

«Perché fanno lo stesso rumore della vecchia radio rotta che zio Bruno teneva in garage», rispose Sofia candidamente. «Quella che faceva fischiare le orecchie quando la sintonizzavi male.»

Guardai Bruno con gli occhi ridotti a due fessure. Bruno corrugò la fronte, cercando di ricordare. «La vecchia radio... accidenti. È vero. L'avevo lasciata nello stanzino degli attrezzi al piano terra la settimana scorsa, prima che venisse a trovarci il nuovo giardiniere.»

«Il giardiniere?» interenni io, con la voce che rasentava il ghiaccio puro. «Chi ha assunto quel giardiniere?»

Fu mia suocera Giselda a rispondere, facendosi avanti con il suo solito fare autoritario, sebbene sul suo volto si fosse dipinta un'ombra di sincera preoccupazione. «L'ho raccomandato io, Adriano. Si chiama Marco. Un ragazzo perbene, educato, presentato da una famiglia molto nota di Torino. Lavorava nella tenuta di alcuni nostri vecchi amici.»

«Un raccomandato», dissi con un ghigno amaro, passandomi le mani tra i capelli. «Un perfetto sconosciuto entrato nella mia proprietà privata con la scusa di curare le ortensie e i giardini attorno alla piscina.»

Mi girai verso la centralina nel pavimento. Allungai la mano e tirai con forza uno dei cavi principali. Un piccolo interruttore di sicurezza scattò all'interno della scatoletta, e improvvisamente i LED azzurri si spegnerono. Nel giro di pochi secondi, i lamenti di Elia cessarono del tutto. Nora, nella culla, chiuse gli occhi e si abbandonò a un sonno profondo e regolare, mentre Tommaso smise di piangere e si girò su un fianco, respirando finalmente in modo tranquillo.

Il silenzio che calò nella stanza fu totale, rotto soltanto dal ticchettio della mia Rolex da polso e dal respiro affannoso di undici persone sconvolte.

Il collegamento tra le frequenze elettromagnetiche di quella microspia avanzata e il disagio neurologico temporaneo dei neonati era palese, anche per un medico generico come Ferrante. Qualcuno stava usando i miei figli come cavie o, peggio ancora, stava trasmettendo qualcos'altro attraverso di loro.

«Bruno», dissi con una calma fredda che faceva più paura delle urla. «Voglio che tu rintracci Marco. Voglio sapere dove si trova in questo preciso istante, chi sono i suoi contatti telefonici e soprattutto chi lo paga.»

«Ci penso io, capo», rispose Bruno, estraendo il telefono satellitare dalla tasca interna della giacca e avviandosi a grandi passi verso il corridoio.

Ma mentre Bruno usciva, un rumore sordo provenne dal piano inferiore. Un colpo secco, simile a una porta che si chiudeva con violenza, seguito da passi pesanti che salivano rapidamente lungo la scala principale in marmo di Carrara.

Tutti ci immobilizzammo. Nella villa eravamo isolati, circondati dal bosco e dal lago, lontani da occhi indiscreti. E qualcuno stava arrivando non per trattare, ma per riprendersi ciò che aveva nascosto sotto il nostro pavimento.