PARTE 10 – La voce dietro il muro
Il sussurro che proveniva dall’intercapedine dietro la boiserie di legno era flebile, quasi soffocato dallo spessore del muro maestro e dal rumore del vento che frustava le vetrate esterne della villa. Ma non c’erano dubbi: qualcuno era intrappolato lì dentro, o stava usando un passaggio segreto che ignoravo completamente.
«Adriano...» ripeté la voce, questa volta un po’ più forte, accompagnata da un colpo sordo battuto con i pugni contro il legno antico.
Bruno scattò in avanti, puntando la pistola e il fascio luminoso della torcia contro il pannello decorato. «Fermo lì chiunque tu sia! Mani contro il legno o sparo attraverso la fessura!»
«No, Bruno, aspett», bloccai il capo della sicurezza afferrandogli il polso con decisione. Quella voce... per quanto distorta dalla fatica e dalla mancanza d’aria, mi suonava terribilmente familiare. Non era la voce roca di un mercenario, né quella fredda di un sicario del Consorzio. Era una voce calda, provata da anni di silenzio e di paura.
Sofia non sembrava affatto spaventata. Si avvicinò ulteriormente al pannello di legno, appoggiandoci sopra il palmo della sua piccola mano aperta, come se potesse percepire il calore di chi si trovava dall'altra parte.
«È lo zio nascosto», sussurrò la bambina con la sua solita semplicità disarmante.
«Quale zio, Sofia?» le chiesi, con il cuore che batteva all’impazzata contro le costole. Nella mia famiglia non c’erano zii, o almeno non che io sapessi. I miei genitori erano morti in un incidente d’aereo quando ero poco più di un ragazzo, e Clara era figlia unica.
«Lo zio che mi dava i biscoti quando la mamma lavorava di notte», rispose Sofia, inclinando la testa da un lato con aria pensosa.
Bruno aggrottò la fronte, stringendo l'impugnatura dell'arma. «Capo, qui c'è qualcosa che non quadra. Questa villa apparteneva a un vecchio industriale tessile di Como prima che la acquistaste dopo la morte di vostra moglie. C'erano voci su passaggi storici risalenti al periodo della Resistenza o al contrabbando sul lago, ma i progetti originali non menzionavano nulla di tutto questo.»
«Aiutatemi... vi prego», rantolò di nuovo la voce dall'altra parte del muro, seguita da un accesso di tosse violenta che dimostrava quanto l'aria in quel cunicolo fosse ormai irrespirabile.
Non persi altro tempo in riflessioni. Afferrai il pesante piede di porco che Bruno aveva usato in precedenza e lo conficcai con tutta la forza che avevo nella fessura del pannello di legno. Il legno antico, sebbene pregiato, cedette con uno schiocco secco e rumoroso. Con un secondo strattone violento, feci saltare i cardini arrugginiti, staccando completamente la sezione di boiserie dalla parete.
Una nuvola di polvere secca e ragnatele invase la nursery, costringendoci a tossire. Bruno illuminò immediatamente l'apertura con la torcia.
All'interno dell'intercapedine c'era un passaggio angusto, un cunicolo di pietra grezza largo appena un metro che si perdeva nell'oscurità verso i piani inferiori della villa. E riverso a terra, con la camicia strappata, il volto coperto di sudore e polvere e le mani legate da fascette simili a quelle dei mercenari, c'era un uomo che non vedevo da oltre due anni.
«Giacomo...» sussurrai, incredulo, lasciando cadere il piede di porco a terra.
Giacomo era il fratello minore di Clara, un brillante ingegnere informatico che era svanito nel nulla pochi giorni dopo la tragica morte della sorella, considerato da tutti fuggito all'estero per debiti di gioco o per paura di ritorsioni finanziarie.
L’uomo alzò lentamente il capo, aprendo a fatica gli occhi stanchi e iniettati di sangue sotto la luce della torcia. Mi guardò con un sorriso amaro e disperato, sputando un po' di polvere dalle labbra.
«Finalmente ti ho trovato, Adriano...» mormorò con un fil di voce. «Quelli del Consorzio... sono qui nella villa. E non sono venuti solo per i bambini. Sono venuti per finire ciò che hanno iniziato con Clara.»






