«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
News Story

«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

0 visualizzazioni

PARTE 12 – Il visitatore nel buio

I passi sul marmo della scala principale si fecero via via più vicini, scanditi con una calma glaciale che strideva in modo impressionante con la tensione palpabile che regnava nella nursery. Non erano i passi pesanti e frettolosi di un mercenario in tuta tattica, né la corsa disperata di un fuggiasco. Erano passi misurati, eleganti, quasi arroganti nella loro sicurezza.

Bruno strinse l'impugnatura della pistola, tenendo il mirino laser puntato esattamente all'imboccatura del corridoio buio. Il suo respiro era calmo, regolare, quello di un veterano abituato a gestire situazioni limite. Io ero immobile accanto a lui, con il pesante piede di porco stretto tra le mani, pronto a colpire alla minima provocazione.

«Fermi dove siete!» tuonò Bruno con voce tonante, non appena una sagoma scura si profilò all'inizio del corridoio, illuminata flebilmente dalla luce della luna che filtrava attraverso le finestre alte.

La figura si fermò all'istante. Non indossa una tuta mimetica o un passamontagna. Indossava un abito sartoriale scuro, perfettamente tagliato, con una cravatta di seta che rifletteva debolmente i bagliori della notte. Le mani erano infilate comodamente nelle tasche dei pantaloni, come se stesse facendo una passeggiata serale in un elegante hotel di Milano anziché violare una villa assediata nel cuore della notte.

«Calma, Bruno», disse una voce calda, suadente, perfettamente controllata. Una voce che conoscevo fin troppo bene, una voce che avevo ascoltato centinaia di volte nelle sale riunioni dei miei uffici e nei momenti più importanti della mia vita professionale e privata.

Il mio stomaco sprofondò in un abisso senza fondo. Il sangue mi si gelò nelle vene.

Dall'ombra uscì il volto di Alberto Moretti, il mio socio in affari storico, vicepresidente del consiglio di amministrazione e uomo di cui mi ero fidato ciecamente per oltre un decennio, considerandolo quasi un fratello dopo la morte di mia moglie.

«Alberto...?» sussurrai, sentendo la voce spezzarsi in gola. Non riuscivo a credere ai miei occhi. La mia mente rifiutava categoricamente di accettare quella evidenza.

Moretti accennò a un sorriso ironico, quasi compassionevole, aggiustandosi i polsini della camicia bianca con un gesto misurato. Sorrise persino di fronte alla pistola puntata dritta contro il suo petto da Bruno.

«Buonasera, Adriano», disse Alberto con la sua solita flemma milanese, facendo un passo avanti nella nursery. «Vedo che la situazione qui è leggermente... movimentata. D'altronde, quando si gioca con interessi da miliardi di euro, non ci si può aspettare una passeggiata sul lago.»

«Sei stato tu...» dissi, e le parole uscirono come un ringhio sordo, carico di una rabbia cieca che minacciava di travolgere ogni cosa. «Sei stato tu a organizzare l'incidente di Clara? Sei tu a capo del Consorzio che ha spiato i miei figli?»

Alberto sospirò leggermente, assumendo un'espressione quasi annoiata, come se stesse discutendo di una noiosa pratica burocratica e non della vita di una famiglia distrutta.

«Clara era una donna straordinaria, Adriano, te l'ho sempre detto», rispose Alberto, facendo un altro passo verso di noi, del tutto incurante della pistola di Bruno. «Ma era ottusa. Rifiutava di comprendere che il futuro della genetica e del controllo neurale non poteva essere fermato da moralismi accademici. Il programma Aegis valeva decine di miliardi di dollari. E i tuoi figli... beh, i tuoi figli erano la chiave biologica perfetta per validare l'intero sistema a livello globale.»

Bruno guardò me, in attesa di un ordine che avrebbe cambiato per sempre il corso delle nostre vite.

«Fallo fuori, capo», mormorò Bruno con voce fredda. «Abbiamo già abbastanza prove.»

Ma prima che potessi dare qualsiasi disposizione, Alberto allontanò lentamente la giacca con due dita, rivelando un piccolo dispositivo elettronico collegato a un detonatore a distanza che teneva stretto nella mano destra.

«Non ti conviene ordinargli di sparare, Adriano», disse Alberto con un sorriso gelido che non raggiungeva gli occhi. «Vedi, questo dispositivo è collegato non solo al generatore principale della villa, ma a una carica di alto potenziale piazzata direttamente sotto il pavimento della stanza accanto, dove riposano i tuoi adorati bambini. Un solo mio movimento, un solo battito cardiaco irregolare, e tutto questo splendido lago si tingerà di rosso.»