«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
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«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

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PARTE 2 – Il segreto sotto i piedi

Il silenzio che seguì il gesto di Sofia fu così pesante che sembrò quasi che l'aria della stanza si fosse solidificata. Nessuno fiatava. Il dottor Ferrante aveva interrotto il respiro, con la bocca semiaperta, mentre Bruno teneva la mano fissa sulla fondina della pistola nascosta sotto la giacca. Io ero bloccato a metà tra la rabbia e lo stupore, con le dita tese a mezz'aria.

Sofia non sembrava intimidita da quella folla di adulti tesi e nervosi. I suoi occhi chiari, grandi e profondi, fissavano un punto invisibile sulla trama del tappeto bianco che copriva gran parte della camera. Era un tappeto pregiato, fatto fare su misura a Como, di una lana così densa e morbida che sembrava quasi neve fresca.

«C'è qualcosa che non va qui sotto», sussurrò la bambina, la sua voce infantile che riecheggiava nitida tra le pareti decorate in stile barocco.

«Sofia, ti prego, vieni via...» implorò Lucia, con la voce rotta dal pianto e dal terrore di aver fatto infuriare il padrone di casa. La donna fece un passo avanti, ma Bruno le bloccò il passaggio con un braccio teso, senza proferire parola. Il mio sguardo era magnetizzato da quella scena surreale.

Mi alzai lentamente in piedi, aggiustandomi i polsini della camicia. La mia autorità naturale, quella che esercitavo ogni giorno a Milano nel mondo degli affari e della finanza, sembrava essersi dissolta di fronte a quella bambina di quattro anni. «Che cosa vorresti dire, Sofia?» le chiesi, cercando di mantenere un tono di voce fermo, sebbene dentro di me cominciasse a serpeggiare un brivido gelido.

Sofia non mi rispose direttamente. Si accovacciò sul tappeto bianco, facendo scorrere le dita piccole e pulite lungo le frange laterali, là dove il tessuto si congiungeva con il battiscopa in legno antico di noce scuro. Il pianto di Tommaso, nel frattempo, non accennava a diminuire; anzi, sembrava quasi che il bambino cercasse di urlare sopra la voce della piccola per coprirla, o forse per dare una spinta ulteriore a quel mistero.

«Non è la febbre, signore», disse Sofia, ripetendo quasi le parole del medico ma con un'autorità sconcertante. «Loro sentono il battito.»

Il dottor Ferrante scosse la testa vigorosamente, riprendendo fiato. «Battito? Quale battito? I bambini hanno il battito accelerato perché stanno piangendo da due ore! È una reazione fisiologica normalissima allo stress e al disagio.»

«No», replicò la bambina, voltando lentamente la testa verso il medico con un'espressione quasi adulta. «Non il loro cuore. C'è un altro cuore qui dentro. Sotto il pavimento.»

Un brivido freddo percorse la mia schiena. La villa sul Lago di Como era un edificio storico, costruito alla fine dell'Ottocento, ristrutturato da me mattone su mattone dopo la tragica scomparsa di mia moglie Clara. Conoscevo ogni singolo impianto, ogni tubo idraulico, ogni cavo elettrico. Sotto la nursery c'era soltanto il salone principale, un ambiente immenso con alti soffitti affrescati e lampadari di cristallo di Boemia. Non poteva esserci alcun "cuore" sotto il pavimento, a meno che...

«Bruno», ordinai con un filo di voce, guardando il capo della sicurezza. «Prendi gli attrezzi dalla cassetta nel ripostiglio. Voglio che sollevi quel pezzo di tappeto. Subito.»

Bruno esitò per una frazione di secondo, abituato a ricevere ordini precisi legati a minacce concrete, non a intuizioni di una bambina di quattro anni. Ma nel mio sguardo lesse una determinazione ferrea che non ammetteva repliche. Si girò e uscì di corsa dalla stanza, mentre le tate si scambiavano sguardi carichi di apprensione e mia suocera Giselda incrociava le braccia al petto, borbottando qualcosa sul conto di quella servitù che si permetteva di intromettersi nelle questioni di famiglia.

Nel frattempo, Nora aveva smesso improvvisamente di piangere. Un silenzio irreale calò sulla culla centrale. I suoi grandi occhioni sgranati fissavano il soffitto, mentre le sue piccole mani afferravano le sbarre di legno bianco. Elia continuava a lamentarsi con un singhiozzo sordo, ma anche la sua intensità era diminuita drasticamente, come se la vicinanza di Sofia al perimetro della stanza stesse cambiando la frequenza energetica di quell'ambiente.

«Papà», disse Nora, usando quella parolina che mi spezzava sempre il cuore. Non mi chiamava quasi mai così durante il giorno, preferendo la vicinanza delle tate. Ma in quel momento, la sua voce sembrava un richiamo urgente.

Mi avvicinai alla culla, accarezzandole la guancia vellutata. «Ci sono io, amore mio. Papà è qui.»

Proprio in quel momento, la porta si spalancò e Bruno rientrò nella nursery brandendo un piede di porco e una torcia professionale ad altissima luminosità. La sua espressione era seria, quasi tesa. Dietro di lui, Lucia tratteneva il respiro, stringendo ancora di più la sua bambina con lo sguardo.

«Se roviniamo il parquet antico, ci vorranno settimane per ripararlo», mormorò Giselda con tono tagliente.

Non le diedi retta. Feci cenno a Bruno di mettersi all'opera. Il capo della sicurezza si inginocchio vicino a Sofia, che si era spostata di qualche centimetro per fargli spazio, indicando con il ditino un punto preciso in cui le tavole di legno sembravano leggermente sollevate, quasi impercettibili a occhio nudo se non fosse stato per l'ombra proiettata dalla luce radente.

«Qui, zio Bruno», disse Sofia, chiamandolo come faceva sempre quando bazzicava la cucina per farsi dare i biscotti.

Bruno conficcò la punta d'acciaio del piede di porco nella fessura tra il battiscopa e il pavimento. Con uno sforzo controllato, fece leva. Il legno scricchiolò rumorosamente, un suono secco e doloroso che riecheggiò nella stanza come uno sparo. La vernice antica si crepò, sollevandosi in minuscoli frammenti bianchi.

Sotto le assi di legno non c'era il normale strato isolante o la calce della struttura sottostante. C'era qualcos'altro. Qualcosa che nessuno di noi avrebbe mai potuto immaginare in un milione di anni. Bruno illuminò l'interno con la torcia, e il suo volto impallidì di colpo, facendo svanire ogni traccia del suo colorito abbronzato.

«Signore... deve venire a vedere questo», disse con un filo di voce, indietreggiando di un passo come se avesse visto un fantasma.

Mi sporti in avanti, spingendo da parte il tappeto bianco macchiato di polvere. Quello che vidi mi fece mancare il respiro. E fu allora che capii che la vera tempesta era appena iniziata.