«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
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«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

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PARTE 5 – La colluttazione nella nursery

Il pesante piede di porco colpì lo stinco del mercenario con un tonfo sordo, seguito da un grugnito strozzato che tradì il dolore improvviso. L'uomo perse l'equilibrio, barcollando all'indietro e mancando completamente il bersaglio. Il proiettile silenziato fischiò a pochi centimetri dalla mia spalla destra, conficcandosi profondamente nella preziosa boiserie di legno alle mie spalle con un piccolo schiocco di legno rotto.

«Adriano, no!» urlò mia suocera Giselda, coprendosi il viso con le mani mentre il dottor Ferrante si accovacciava completamente a terra, stringendosi la testa tra le braccia in preda al panico totale.

Il secondo mercenario, quello con il mitra d'assalto, non perse tempo in esclamazioni di sorpresa. Reagì con la freddezza di un killer professionista: sollevò l'arma, pronto a correggere la mira e a trasformare la nursery in un mattatoio. Ma prima che potesse premere il grilletto, una piccola sagoma azzurra si mosse con una rapidità impressionante.

Sofia, anziché fuggire o nascondersi dietro la madre, fece scivolare il suo coniglietto di pezza proprio sotto lo scarpone tattico del mercenario armato. Il tessuto sintetico del pupazzo, combinato con la lucidatura recente del parquet antico, fece perdere improvvisamente aderenza all'uomo. Le sue gambe scivolarono in avanti in modo scomposto, e il mitra partì accidentalmente, tracciando una raffica di proiettili che crivellò il grande lampadario di cristallo di Boemia appeso al centro del soffitto.

Centinaia di frammenti di cristallo piovvero giù come una grandinata scintillante, infrangendosi sul tappeto bianco e riflettendo la luce in mille bagliori accecanti.

«Maledetta mocciosa!» urlò l'uomo, cadendo pesantemente sulla schiena e sbattendo la testa contro lo spigolo di una delle culle. Il casco protettivo attutì parzialmente il colpo, ma l'impatto fu sufficiente a fargli perdere i sensi per qualche istante, lasciando cadere l'arma a pochi centimetri dalla mia mano.

Non esitai un solo secondo. Mi avventai sul mitra come un animale braccato, lo afferrai per la canna e mi voltai di scatto verso il primo mercenario, che si stava faticosamente rialzando massaggiandosi la gamba colpita.

«Fermo o ti sparo!» ringhiai con una voce che non riconoscevo nemmeno come mia, un misto di rabbia primordiale e pura sopravvivenza.

L'uomo con la valigetta metallica si bloccò istantaneamente. I suoi occhi dietro il passamontagna mi fissarono con un misto di odio e rassegnazione. Vide il compagno svenuto a terra, il lampadario distrutto e la situazione completamente capovolta nel giro di meno di un minuto. Capì che la missione era fallita.

«Non hai idea di chi ci sia dietro tutto questo, Ferraro», sibilò l'uomo con la voce distorta dal modulatore elettronico. «Credi di aver protetto i tuoi figli, ma hai solo anticipato la fine.»

«Questo lo vedremo dopo», risposi io, facendo un passo avanti e puntando la pesante arma dritta contro il suo petto. «Adesso tu e il tuo amichetta vi mettete seduti lì, con le mani dietro la testa, mentre aspetto che Bruno si riprenda o che arrivi qualcun altro a farti fare due chiacchiere.»

Prima che potesse replicare, un gemito debole provenne dal corridoio.

«Capo... attento...» La voce roca e soffocata di Bruno riecheggiò dalla soglia.

Mi voltai di scatto, mantenendo la mira sul mercenario in piedi con la coda dell'occhio. Vidi Bruno strisciare faticosamente nel corridoio, sorreggendosi allo stipite della porta con una mano premuta contro la spalla, dove una chiazza scura di sangue cominciava ad allargarsi sulla sua camicia bianca. Era ferito, ma era vivo.

«Bruno! Che cosa è successo?» gridai, facendo per correre verso di lui.

Quella frazione di secondo di distrazione fu sufficiente. Il mercenario con la valigetta compì un movimento fulmineo: estrasse una piccola capsula cilindrica dalla tasca della tuta tattica e la scagliò con forza contro il pavimento, esattamente al centro della stanza, tra i frammenti di cristallo.

Un istante dopo, un denso fumo bianco e acre cominciò a sprigionarsi con violenza, riempiendo la nursery di una nebbia fitta e soffocante che bruciava la gola e accecava gli occhi.

«Non respirate!» urlai, tossendo violentemente e coprendomi bocca e naso con la manica della giacca.

Nel caos della cortina di fumo, sentii il rumore di passi pesanti che indietreggiavano verso il terrazzo esterno che dava sul lago. Quando la nebbia cominciò a diradarsi grazie all'aria fresca proveniente dalle portefinestre aperte, i due mercenari erano svaniti nel nulla, lasciandosi alle spalle soltanto la valigetta argentata abbandonata sul pavimento, il compagno ferito ancora stordito a terra e un mucchio di domande senza risposta che pesavano come macigni.