«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
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«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

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PARTE 11 – La confessione nel cunicolo

Bruno fu il primo a muoversi. Con un mossa rapida, estrasse il coltello tascabile e tagliò le fascette di plastica che stringevano i polsi di Giacomo, aiutandolo poi a sollevarsi e a uscire dall'angusto cunicolo di pietra per farlo distendere sul pavimento della nursery, lontano dalla polvere.

Il dottor Ferrante si fece avanti con le mani ancora tremanti, aprendo la sua valigetta medica d'emergenza per controllare i parametri vitali dell'uomo. «È disidratato, ha una forte crisi respiratoria e segni evidenti di percosse prolungate», diagnosticò il medico, estraendo uno stetoscopio e applicandoglielo sul petto. «Ma è cosciente. Ha una tempra di ferro.»

Giacomo respirava avidamente l'aria fresca che entrava dalla terrazza aperta, stringendosi la spalla sinistra dove spiccava un grosso livido nerastro. Guardò me con un'espressione carica di un dolore profondo e irrisolto.

«Adriano... mi dispiace», furono le sue prime parole, pronunciate con un filo di voce roca. «Ho cercato di fermarli, ho provato a nascondere i dati del server centrale di Clara prima che potessero clonare il sistema di sincronizzazione neuronale, ma mi hanno braccato per mesi.»

Mi inginocchiai accanto a lui, posandogli una mano sulla spalla per infondergli un minimo di coraggio. «Giacomo, respira. Adesso sei al sicuro qui con noi. Nessuno ti toccherà. Ma devi dirmi la verità: chi è il mandante? Chi c'è a capo del Consorzio all'interno della mia cerchia?»

Giacomo chiuse gli occhi per un istante, raccogliendo le ultime forze rimaste. Sputò un goccio di saliva mista a sangue e sollevò lo sguardo, fissandomi dritto negli occhi con una sincerità disarmante che non ammetteva repliche.

«Non è un estraneo, Adriano», mormorò Giacomo, ripetendo esattamente le stesse parole che Clara aveva pronunciato nel video prima che venisse interrotto dall'autodistruzione. «È qualcuno che conosci benissimo. Qualcuno che ha gestito i tuoi investimenti a Milano, che ha organizzato ogni contratto di ristrutturazione di questa villa e che...»

Un improvviso sibilo acuto interruppe le parole di Giacomo.

Non proveniva dalla valigetta distrutta, né dai cunicoli nel muro. Proveniva dall'auricolare che Bruno teneva ancora inserito nell'orecchio destro, un canale di comunicazione criptato che avevamo sempre considerato sicuro al cento per cento.

«Attenzione... qui la centrale di sicurezza esterna», gracchiò una voce metallica e distorta dall'apparecchio di Bruno. «Abbiamo un movimento anomalo nel perimetro del giardino principale. Un veicolo non identificato ha appena sfondato i cancelli sul lato del lago. Ripeto: intrusione confermata.»

Bruno sobbalzò, toccandosi l'auricolare con la mano libera. «Impossibile! I cancelli principali sono blindati e controllati da doppia autenticazione biometrica! Chi diavolo ha aperto?»

La risposta arrivò non dalla radio, ma da un rumore sordo e cadenzato che proveniva dal piano inferiore della villa: passi lenti, pesanti, accompagnati dallo scricciglio inconfondibile di scarpe eleganti di pelle costosa che salivano la scala principale in marmo, incuranti del buio e del blackout.

Giacomo sbarrò gli occhi nel buio, stringendomi il braccio con una forza inaspettata.

«È lui», sussurrò l'uomo con un rantolo di puro terrore nella voce. «È arrivato per chiudere la partita.»

Mi alzai lentamente in piedi, lasciando Giacomo alle cure del dottor Ferrante e di Lucia. Raccolsi il pesante piede di porco dal pavimento, stringendolo tra le mani con una determinazione feroce. Feci un cenno a Bruno, che si piazzò disciplinarmente a fianco della porta della nursery, con la pistola pronta e il fascio di luce puntato direttamente verso il corridoio buio.

Il momento della verità era arrivato. Chiunque stesse salendo quelle scale avrebbe dovuto fare i conti con un padre che aveva perso tutto e che non aveva più intenzione di indietreggiare di un solo millimetro.