«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.
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«Perché non smettono?» urlai ai medici, mentre i miei tre figli piangevano da due ore. Undici persone nella villa sul Lago di Como li osservavano senza capire, e il neurologo che avevo pagato 9.000 euro non trovava nulla nella loro cartella clinica. Poi la figlia di quattro anni della governante entrò nella stanza con un vecchio pupazzo di pezza e vide ciò che nessun adulto aveva notato.

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PARTE 15 – L'alba sul lago di Como

Il sole cominciava a filtrare lentamente oltre le cime delle montagne che circondavano il Lago di Como, tingendo il cielo di sfumature rosa e oro che si riflettevano dolcemente sulla superficie immobile dell'acqua. L'aria del mattino era fresca, pulita, rigenerata da un temporale notturno che aveva lavato via ogni traccia di tensione e di paura.

La villa di Bellagio era ormai circondata dalle volanti dei Carabinieri e dalle auto dei reparti speciali della scientifica, impegnati a raccogliere le prove, smantellare la centralina clandestina e prelevare Alberto Moretti, che era stato scortato fuori in manette con il volto coperto da una giacca, diretto verso un carcere di massimo sicurezza a Milano.

Giacomo era stato visitato da un'equipe medica e si stava riprendendo rapidamente nel suo studio privato, assistito amorevolmente da Lucia che non si era mossa un solo istante dal suo fianco. Il dottor Ferrante aveva completato i controlli clinici sui tre bambini: Tommaso, Elia e Nora stavano benissimo, i loro parametri vitali erano perfetti e il loro sonno non era più disturbato da alcuna frequenza anomala. Il pericolo era definitivamente sventato.

Io mi trovavo sulla grande terrazza panoramica del primo piano, con una tazza di caffè fumante tra le mani, a guardare l'orizzonte. Il peso di quegli anni di solitudine e di dubbi sembrava essersi dissolto nell'aria limpida dell'alba. Sapevo che la strada per guarire del tutto sarebbe stata lunga, e che il ricordo di Clara avrebbe continuato a vivere in ogni respiro dei nostri figli, ma sapeva anche di aver fatto tutto il necessario per proteggere ciò che amavo di più al mondo.

Sentii dei piccoli passi leggeri avvicinarsi alle mie spalle, accompagnati dal fruscio di un vestitino azzurro.

Mi voltai con un sorriso. Sofia era lì, in piedi sulla soglia della terrazza, con il suo inseparabile coniglietto di pezza stretto forte al petto, con l'orecchio cucito a mano e il piccolo bottone al posto del naso.

«Buongiorno, signor Adriano», disse la bambina, fermandosi a un passo da me e guardando la bellezza del lago illuminato dal sole.

Mi inginocchiai alla sua altezza, posando la tazza di caffè su un tavolino di ferrobattito, e le accarezzai la testa con infinita tenerezza.

«Buongiorno a te, piccola mia», risposi, guardandola negli occhi limpidi. «E chiamami pure papà, se ti va... perché da oggi in poi, in questa casa, tu sarai sempre una di noi.»

Sofia spalancò gli occhi in un sorriso radioso, per la prima volta privo di quella serietà adulta che l'aveva contraddistinta fin dal primo momento. Fece un passo avanti e mi abbracciò forte al collo, stringendo il suo coniglietto tra di noi.

Dall'interno della nursery, i tre bambini cominciarono a svegliarsi, emettendo i loro primi vagiti gioiosi della giornata, pronti a scoprire il mondo con la consapevolezza di essere finalmente al sicuro, protetti dall'amore di un padre che non avrebbe mai più smesso di ascoltarli.