PARTE 4 – Gli ospiti inattesi
I passi sul marmo della scala principale si fecero via via più distinti, scanditi con una precisione militare che non lasciava spazio a equivoci. Non erano i passi leggeri di Bruno che rientrava, né quelli impacciati di un domestico. Erano scarponi pesanti, accompagnati dallo sfregamento di tessuti tecnici contro il corrimano antico.
Lucia strinse Sofia ancora più forte contro il proprio grembiule, mormorando una preghiera a mezza voce, mentre mia suocera Giselda indietreggiava fino a toccare la parete rivestita di boiserie, con gli occhi sbarrati dalla paura. Il dottor Ferrante cercò istintivamente riparo dietro la grande culla di Tommaso, come se quel pezzo di legno potesse offrirgli una qualche protezione contro una minaccia che non comprendeva ancora del tutto.
Io rimasi immobile al centro della stanza, accanto al buco aperto nel pavimento da cui pendevano i cavi della centralina disattivata. La rabbia aveva completamente scacciato la stanchezza. Se qualcuno pensava di poter entrare a casa mia, spiare i miei figli e trasformare la mia villa in un laboratorio clandestino senza pagarne le conseguenze, avrebbe capito presto con chi aveva a che fare.
«Bruno!» urlai verso il corridoio, sperando che il capo della sicurezza fosse ancora nei paraggi per intercettare gli intrusi prima che raggiungessero il piano superiore.
Nessuna risposta arrivò dal corridoio, se non il suono sordo di un corpo che cadeva pesantemente contro la carta da parati, seguito da un leggero fruscio metallico. Un brivido gelido mi percorse la spina dorsale. Bruno era un professionista addestrato, un ex operativo delle forze speciali che non si faceva cogliere di sorpresa così facilmente. Se lo avevano messo fuori combattimento in pochi secondi, significava che gli intrusi erano professionisti di altissimo livello, forse mercenari o agenti di una qualche organizzazione senza scrupoli disposta a tutto.
I passi si fermarono proprio davanti alla porta socchiusa della nursery.
La maniglia antica in ottone lucido si abbassò lentamente, con un cricchetto metallico che sembrò amplificato cento volte in quel silenzio di tomba. La porta si spalancò di colpo, sbattendo contro il muro con un tonfo sordo che fece sussultare le tate.
Sulla soglia comparvero due uomini. Indossavano tute tattiche interamente nere, prive di qualsiasi stemma o contrassegno identificativo, e passamontagna che lasciavano scoperti soltanto gli occhi, freddi e metallici sotto la luce del lampadario. Uno di loro imbracciava un mitra d'assalto compatto con silenziatore integrato, puntato direttamente verso il mio petto con una precisione algoritmica. L'altro teneva in mano una valigetta di alluminio argentato, identica a quelle usate per il trasporto di attrezzature scientifiche o documenti classificati.
«Mani dove possiamo vederle, Ferraro», disse l'uomo con il mitra. La sua voce era distorta da un modulatore vocale elettronico che la rendeva roca e metallica, priva di qualsiasi sfumatura umana.
Non alzai le mani. Rimasi fermo nella mia posizione, piantato sul tappeto bianco, con lo sguardo fisso nei suoi occhi gelidi. «Avete sbagliato casa», dissi con una calma apparente che tradiva una furia cieca. «E avete i minuti contati prima che la polizia circondi questa proprietà.»
L'uomo con la valigetta fece un passo avanti, superando la soglia ed entrando nella nursery. Ignorò completamente me, il medico, le tate terrorizzate e mia suocera, per dirigere immediatamente lo sguardo verso il buco aperto nel pavimento, dove la centralina giaceva silenziosa.
«La trasmissione si è interrotta», constatò l'uomo con la valigetta, parlando con la stessa voce metallica del complice. Si rivolse al compagno con un cenno secco del capo. «Il segnale è stato compromesso. Hanno staccato il modulo master.»
«Non importa», rispose il primo, senza abbassare l'arma. «Riprendiamoci il dispositivo e ripuliamo la stanza. Gli ordini parlano chiaro: non devono rimanere testimoni.»
Sentii il sangue raggelarsi nelle vene alla parola "testimoni". Parlavano di noi. Parlavano di me, dei miei figli, di Lucia, di Sofia, del dottor Ferrante e delle tate. Eravamo condannati a morte semplicemente perché ci trovavamo nel posto sbagliato al momento sbagliato, o forse perché avevamo scoperto troppo presto un segreto che non avremmo mai dovuto vedere.
Fu in quel momento esatto che accadde l'impensabile.
Sofia, che era rimasta immobile tra le braccia della madre fino a quel secondo, scivolò a terra con una rapidità felina che sorprese persino Lucia. La bambina non pianse, non urlò. Strinse il suo vecchio coniglietto di pezza con l'orecchio cucito a mano e fece un piccolo passo in avanti, uscendo allo scoperto tra me e i due mercenari armati.
«Non potete toccare il mio coniglietto», disse Sofia con una voce limpida e cristallina che tagliò l'aria della stanza come una lama di vetro.
L'uomo con il mitra abbassò impercettibilmente la canna dell'arma, confuso da quella presenza così inaspettata e fuori da ogni protocollo operativo. «Che diavolo... una mocciosa?» mormorò, guardando il complice con un moto di fastidio. «Elimina anche lei e finiamola qui.»
Il mercenario con la valigetta estrasse una pistola silenziata dalla fondina laterale, sollevandola lentamente per puntarla dritta verso la piccola Sofia.
In quel millisecondo, la mia mente si spense. Ogni regola aziendale, ogni calcolo di rischio, ogni residuo di prudenza svanì nel nulla. C'erano i miei figli nelle culle alle mie spalle e c'era quella bambina coraggiosa davanti a me. Mi gettai in avanti con la forza della disperazione, afferrando il pesante piede di porco lasciato da Bruno sul pavimento e scagliandolo con tutta la mia forza contro le gambe dell'uomo armato prima che potesse premere il grilletto.






