I corridoi di Villaverla si trasformarono in un labirinto di terrore. Correvo sul parquet antico, il suono dei miei passi affannati amplificato dal rimbombo degli alti soffitti affrescati. Sentivo gli zoccoli delle scarpe dei mercenari ed il crepito delle loro ricetrasmittenti dietro di me. Settantatré anni di stanchezza, il dolore alla schiena che mi morde le vertebre ed il cuore che sembra esplodere nel petto: ogni metro conquistato era una vittoria della volontà sulla carne.
Pum! Pum!
Un colpo di pistola perforò il quadro di un antenato dei Bernardi appeso al muro a poche decine di centimetri da me, facendo volare schegge di doratura e tela dipinta. Non mi voltai. Svoltai a destra, infilandomi nella grande galleria degli specchi che correva lungo la facciata sud della residenza.
"Fermati, vecchio pazzo!" urlò la voce dell'assassino Rossi dietro di me. "Non hai nessuna possibilità!"
Arrivai al fondo della galleria. La porta che dava sulla scalinata secondaria era chiusa a chiave dal lato esterno. Ero in trappola. Mi voltai, appoggiando le spalle stanche contro il legno intagliato della porta, ansimando pesantemente.
Rossi apparve al principio della galleria, seguito da due guardie armate in tenuta tattica scura. Avanzavano lentamente, con le armi puntate contro di me, sicuri che ormai la caccia fosse finita.
"È finita, professor Romano," disse Rossi con un sorriso sdegnoso, pulendosi una traccia di sudore dalla fronte. "Hai fatto una bella corsa per essere un pensionato. Ma tua figlia ha finito le sue carte. Consegnaci la chiavetta USB ed le altre copie, e vi prometto che sarà rapido."
"Non avete capito niente, Rossi," risposi io, cercando di guadagnare ogni singolo secondo possibile. Guardai l'orologio antico appeso alla parete sopra di loro: mancavano venti secondi ai tre minuti che Cinzia mi aveva chiesto. "Voi credete che i soldi ed il potere di Matteo Bernardi vi salveranno. Ma la verità è come l'acqua: trova sempre una fessura per emergere."
"Basta con le prediche da professore," disse Matteo Bernardi entrando nella galleria ed posizionandosi dietro le sue guardie. Aveva la penna stilografica ancora in mano, il volto sfigurato dalla rabbia. "Dov'è tua figlia? Dov'è la puttana che ha cercato di distruggere la mia famiglia?"
"Mia figlia è mille volte più forte ed onesta di quanto tuo padre o tu sarete mai!" gridai affrontando il suo sguardo senza battere ciglio. "Cinzia non è una Bernardi. È mia figlia. È cresciuta con l'amore ed la dignità, cose che i tuoi soldi non potranno mai comprare!"
Bernardi fece un gesto secco con la mano verso le guardie. "Uccidetelo."
In quello stesso istante, una scossa elettrica sembrò attraversare l'intera villa. Le luci della galleria ed dei lampadari di Murano si spensero contemporaneamente, facendo piombare la struttura in un buio totale. Subito dopo, le sirene d'emergenza del sistema informatico della villa cominciarono a suonare con un tono acuto ed intermittente, ed i diffusori acustici antincendio iniziarono a spruzzare una pioggia d'acqua fredda su tutta la galleria.
Cinzia aveva completato il processo di decrittografazione ed aveva lanciato un virus informatico che aveva bloccato l'intera rete elettrica ed di sicurezza della fortezza dei Bernardi.
"Cosa succede?! Restate uniti!" gridò la voce di Rossi nel buio.
Aprofittai dell'oscurità totale ed del caos della pioggia d'acqua artificiale. Sfruttai la mia conoscenza della galleria: sapevo che dietro la tenda di velluto rosso alla mia sinistra c'era una nicchia con una piccola porta di servizio usata dai restauratori. Mi infilai dietro il tessuto pesante ed spinsi la porta di legno, scivolando all'interno del vano scala nascosto.
"Papà! Da questa parte!" sussurrò la voce di Cinzia dall'oscurità del pianerottolo sottostante.
"Cinzia! Hai preso la chiave?" chiesi raggiungendola a fatica nei gradini bui.
"Ho tutto," disse mostrandomi il suo computer portatile ed un piccolo dispositivo di memoria esterna su cui aveva trasferito la terza chiave di decrittografazione. "I file sono stati decrittografati ed inviati automaticamente via satellite alla PEC riservata del Magistrato Antonio Serra della Procura Antimafia di Venezia. La prova è consegnata. Ora dobbiamo solo uscire vivi."
Scesimo rapidamente la scalinata di servizio che portava ai sotterranei. Ma mentre stavamo per varcare la soglia della ghiacciaia per rientrare nel condotto d'acqua, la porta di metallo in fondo alle scale si spalancò con una violenza inaudita.
Un fascio di luce di una torcia tattica ci accecò ed una figura si parò davanti a noi.
Era Matteo Bernardi in persona. Aveva in mano una pistola automatica, il volto bagnato dall'acqua antincendio, gli occhi pieni di una follia omicida sconsiderata.
"Non uscite di qui," disse con la voce tremante per la rabbia. "Avete distrutto la mia vita... le mie società... il mio nome! Pensate che vi lasci andare a festeggiare?"
Puntò l'arma direttamente al petto di Cinzia.
Non c'era tempo per pensare. Non c'era tempo per parlare. Il mio istinto di padre, il sentimento che mi aveva guidato per settantatré anni di vita semplice ed ordinata, esplose in un unico movimento finale.
Mi lanciai davanti a Cinzia, coprendo il suo corpo con il mio.
BOOM!
Un boato assordante rimbombò nel sotterraneo. Sentii un impatto tremendo al centro del petto, come se un maglio di ferro rovente mi avesse colpito con tutta la forza del mondo. Il calore bruciante si diffuse all'istante nei polmoni ed la vista mi si appannò.
Sentii il grido di Cinzia — un urlo di dolore ed disperazione che lacerò l'aria: "PAPÀAAAA!"
Poi sentii il rumore di altri colpi di arma da fuoco, ma non erano diretti a me. Dalla porta della ghiacciaia irruppero uomini in divisa scura con la scritta "CARABINIERI - GIS" sulle giacche.
Il corpo di Matteo Bernardi rovinò a terra accanto a me, colpito dai tiratori scelti delle forze speciali che avevano tracciato il segnale satellitare inviato dal computer di Cinzia.
Caddi a terra sul pavimento di pietra fredda. Cinzia si inginocchiò accanto a me, piangendo disperatamente, cercando di tamponare il sangue che usciva dal mio petto con le sue mani tremanti.
"Papà! No, ti prego! Non lasciarmi! Non ora! Papà!"
La guardai. I suoi occhi verdi — gli stessi occhi di mia moglie Laura — erano l'ultima cosa che vedevo chiaramente. Il dolore al petto stava svanendo, sostituito da un freddo profondo ma strranamente sereno.
"Va tutto bene, Cinzia..." mormorai con le ultime energie che mi rimanevano. "Ti ho ritrovata... ti ho sempre voluto bene..."
Le mie palpebre s'appesantirono ed l'oscurità m'avvolse completamente.






