Sei mesi dopo.
La primavera era arrivata a Vicenza con una prepotenza di colori ed di profumi che trasformava ogni angolo della città. Il giardino interno della mia casa in centro era esploso in una fioritura meravigliosa di azalee rosse e gelsomini bianchi, riempiendo l'aria di quell'odore dolce che mia moglie Laura amava tanto curare durante i primi anni del nostro matrimonio.
L'orologio a pendolo nel salotto continuava a scandire il tempo con il suo ticchettio monotono, ma quel suono non era più il promemoria di una solitudine disperata ed insopportabile. Era diventato la metronomo di una vita riconquistata, piena di calore, di visite ed di progetti per il futuro.
Mi trovavo seduto alla mia vecchia scrivania di noce, vicino alla finestra aperta da cui entrava un sole caldo ed luminoso. Davanti a me c'era il manoscritto completato del mio nuovo libro, intitolato Il Segreto di Vicenza: Storia di una Famiglia ed di una Città. Non era un semplice saggio d'architettura rinascimentale; era la cronaca sincera ed documentata di tutto quello che avevamo vissuto, un omaggio alla memoria di Laura ed al coraggio di nostra figlia Cinzia.
La porta d'ingresso si aprì ed il suono di passi leggeri ed veloci risuonò lungo il corridoio.
"Papà! Sono tornata!" chiamò la voce di Cinzia.
Entrò nel salotto con un fascio di fogli tra le mani ed un grande sorriso felice sul viso. Indossava un abito azzurro elegante ed portava al dito l'anello di fidanzamento di sua madre che brillava alla luce del sole.
Dopo la fine del processo ed la confisca definitiva dei beni dei Bernardi, Cinzia aveva deciso di non tornare nel mondo della finanza milanese. Aveva accettato la cattedra di Economia ed Etica degli Affari presso l'Università di Padova ed aveva aperto una fondazione no-profit intitolata a Laura Romano, dedicata al sostegno delle donne vittime di ricatti ed violenze domestiche.
"Com'è andata la lezione oggi a Padova?" chiesi alzandomi dalla poltrona ed abbracciandola.
"Straordinaria, papà," rispose lei baciandomi sulla guancia. "L'aula magna era piena di studenti. Abbiamo parlato della responsabilità sociale delle imprese ed della trasparenza finanziaria. Molti di loro hanno chiesto di te ed del tuo libro!"
"Il libro è finito," dissi indicando le fogli ordinati sulla scrivania. "Stamattina ho inviato la versione definitiva all'editore di Venezia. Sarà in tutte le librerie il mese prossimo."
Cinzia si avvicinò alla scrivania, accarezzando la prima pagina con un gesto pieno d'affetto. "Mamma sarebbe così orgogliosa di te, papà. Hai trasformato il nostro dolore in qualcosa di bello per tutti."
In quel momento il campanello di casa suonò.
Andai ad aprire. Sul pianerottolo c'era Marco Donati, il giovane medico di Breganze che ci aveva salvato la vita quella notte terribile nei vigneti di Montebello. Marco era diventato un amico di famiglia insostituibile ed veniva regolarmente a trovarci nei fine settimana.
"Buongiorno, professore!" disse Marco con una bottiglia di vino Vespaiola di Breganze tra le mani. "Spero di non essere in ritardo per il pranzo!"
"Sei sempre il benvenuto, Marco," risposi facendolo entrare ed stringendogli la mano con calore. "Cinzia sta preparando la tavola in giardino."
Ci sedemmo tutti e tre sotto il pergolato del giardino interno, al riparo dal sole primaverile, gustando un pranzo semplice a base di prodotti locali ed brindando alla nostra nuova vita.
Guardai mia figlia che rideva ed scherzava con Marco, parlando dei suoi progetti universitari ed delle prossime conferenze a Venezia. La sua pelle aveva riacquistato il colore della salute, i suoi occhi verdi brillavano di una luce di pace ed serenità che non le avevo mai visto negli ultimi quindici anni.
Il fantasma del Conte Bernardi, la minaccia di Matteo ed Isabella, la corruzione delle istituzioni ed il peso delle menzogne erano ormai un capitolo chiuso della storia d'Italia. La magistratura aveva condannato tutti i complici della rete criminale, restituto il tesoro di Salò allo Stato ed destinato i beni confiscati ai Bernardi a progetti di pubblica utilità per la città di Vicenza.
Dopo pranzo, decisi di fare la mia solita passeggiata pomeridiana verso il centro storico. Cinzia volle accompagnarmi, prendendomi sotto braccio come faceva quando era una bambina di dieci anni.
Camminammo lungo Corso Palladio, sotto i portici antichi ricoperti dalle bandiere della città. La gente di Vicenza — i commercianti, gli ex colleghi del liceo, le famiglie che passeggiavano — ci salutava con rispetto ed affetto sincero. Non ero più il professore invisibile che la gente commiserava nell'ombra; ero il padre che aveva sfidato l'impero del male ed aveva riportato sua figlia a casa.
Arrivammo in Piazza dei Signori. La grande piazza era inondata da una luce dorata ed caldissima. La Basilica Palladiana si ergeva in tutta la sua maestosa bellezza contro il cielo azzurro, ed i tavolini dei bar all'aperto erano affollati di turisti e cittadini felici.
Ci fermammo al centro della piazza, vicino alla colonna con il Leone di San Marco.
"A cosa stai pensando, papà?" chiese Cinzia guardandomi con dolcezza.
"Sto pensando," risposi stringendole la mano ed guardando la facciata del palazzo, "che quindici anni di silenzio sono stati lunghi ed terribili. Ma la luce di questo pomeriggio ed la tua presenza qui con me dimostrano che non c'è notte così lunga da impedire al sole di risorgere."
Cinzia sorrise, appoggiando la testa sulla mia spalla mentre il campanone della Torre Bissara cominciava a suonare le cinque del pomeriggio, riempiendo la piazza di un suono solenne, festoso ed liberatorio.
Il segreto di Vicenza non era più una maledizione o un'arma di ricatto. Era diventato la testimonianza di un amore di padre che nessuna menzogna, nessuna pallottola ed nessun potere al mondo avrebbe mai potuto cancellare.






